Cattedrali nel deserto – Riflessioni intorno all’11 Luglio

Ribelle, perchè oggi la società m’opprime e vuole impedire la libera espansione del mio essere, io adopero tutte le armi per combattere.
Ribelle contro la massa che anch’essa mi è nemica con le superstizioni, morale, degradazione, ecc. Pure contro la massa combatto. Solo in lotta per la MIA redenzione, per la MIA libertà, per il MIO presente.
Di tutto il resto me ne infischio”. Bruno Filippi

L’11 Luglio si terrà a Torino il G7 ed immancabilmente la città sarà teatro -mai termine calzò più a pennello- di una mobilitazione organizzata da varie realtà nazionali.

Anche alcuni anarchici e anarchiche hanno deciso di rilanciare la giornata e questo mi lascia decisamente perplesso. L’11 Luglio sarà l’ennesima messa in scena della rabbia sociale che si inserisce in un contesto quotidiano di conflitto quasi assente (tranne alcune realtà), che spesso si muove su basi rivendicative o a bassissima intensità; l’11 Luglio sarà l’ennesima giornata che servirà politicamente ad alcuni per guadagnare spazio sui media di regime, meglio se ci sarà qualche scontro e qualche arresto, poi passata l’onda dell’”indignazione” la sostanziale pace sociale tornerà a regnare nel belpaese, fino almeno alla prossima messa di piazza.

Queste sceneggiate autonomo/disobbedienti non dovrebbero essere pane per i denti dei rivoltosi/rivoluzionari. Come tacere poi, le parole d’ordine piccoloborghesi sulle quali è lanciata la mobilitazione e che sono del tutto irricevibili? Le partite IVA, i precari sono sfruttati? Ma noi che siamo per la distruzione del lavoro, per l’abolizione del salario, cosa abbiamo a che spartire con questi temi se non la critica a chi invece di lottare contro la distruzione del sistema vigente di sfruttamento a lui si rivolge chiedendo sostanzialmente una sorta di “riforma” di sé stesso? Ovvio che chi ha come prospettiva la presa del potere e non la sua distruzione non possa che denunciare la mala gestione dell’istituzione politica, lasciandone intatti senso e struttura, senza mettere realmente in conto una sua dissoluzione, ma gli anarchici cosa hanno da chiedere a stato ed istituzioni? O qualcuno si è piegato alla logica (pericolosissima) delle “lotte intermedie”? Siamo dunque diventati sindacalisti della rivolta? Cosa abbiamo noi a che spartire con la lamentazio del taglio dei servizi, visto che questi ultimi sono elargiti dallo stato? Siamo dunque arrivati alla logica dell’elemosina ops, del welfare, anche in ambito Anarchico? Non credo.

Qualcuno obbietterà che sarà necessario partecipare per non lasciare campo libero a “quelli”, ma non ci accorgiamo di giocare la partita con delle carte truccate? La giornata viene preparata da mesi dalla galassia dell’autonomia che con i suoi slogans (il fastidiosissimo “ci vediamo l’11” attaccato a qualsiasi cosa…) sta creando un immaginario da lotta sindacale a tutto campo, quindi non mettendo realmente in discussione il corpus di simboli che va sotto il nome di stato, autorità, ecc…, ma sostanzialmente rivendicandone una sua riforma in senso “popolare”, senza toccarne le strutture base. Non mi sembra che ci sia stato da parte degli anarchici e delle anarchiche il tentativo di rilanciare contenutisticamente quella giornata, quindi si tratterebbe di partecipare turandosi il naso, forse solo per il timore di venire tagliati fuori dalle “lotte sociali”, come se la folla instupidita e reazionaria non aspettasse altro che le parole liberatrici dei senza bandiera.

Ancora, la manifestazione dell’11 si rivolge a chi accetta di buon grado le proprie catene, che le difende -il lavoro è un diritto!- e che chiede a mezza voce solo che vengano allentate un minimo, magari verniciate di rosso. Si rivolge a quella società civile che plaude l’operato dei giudici “buoni” e si indigna per le nefandezze di quelli “cattivi”; che dice “se ne vadano tutti” -slogan che a ben vedere reazionario, che non critica la struttura ma chi la gestisce- rivendicando funzionari “onesti”; che vuole riformare le carceri e non distruggerle; che ripudia la violenza ma è disposto a subirla. Cosa abbiamo noi a che spartire con il gregge stupido? Abbiamo forse velleità religiose di redenzione delle masse attraverso il verbo? E se si, non sarebbe preferibile -per voi!- organizzare una messa sotto il simbolo della A cerchiata (speriamo decisamente di no!) piuttosto che partecipare alle liturgie in bandiera rossa sperando di ritagliarsi il proprio spazietto? Certe volte mi sembra che da parte di chi predica un anarchismo sociale inserito nelle lotte quotidiane delle masse ci sia un comportamento da sindacalista che spinge per le lotte intermedie non come strategia di medio termine, che comunque non condividerei, ma come se avesse paura che l’interlocutore non potesse capire ciò di cui gli stanno parlando…e su questo siamo d’accordo, non possono capire il senso di una liberazione totale, e questo perché ne hanno una gran paura, forse non la vogliono, e non saranno certo 1000 parole o 1000 cortei a fargli cambiare idea. Chi non si libera da sé non potrà essere liberato/a da nessun altro/a e rompere le catene che lo/la costringono dall’interno è processo puramente individuale che passa attraverso vie oscure, come pensare di poterle interpretare? Ripeto, Le grandi liturgie di piazza come questa non ci dovrebbero riguardare, nemmeno come “partecipazione critica” perché per l’ennesima volta ci troveremmo a fare da comparse nel gioco dei vari autoritari.

Gli altri sono veramente orribili, l’unica società possibile è in noi stessi”. Oscar Wilde

Ritenete veramente che le più o meno grandi mobilitazioni di piazza abbiano un senso? Organizzatele. Di par mio penso che l’attacco diretto e non mediato all’autorità in tutte le sue forme sia la strada che mi alligna maggiormente. L’utilità? La voluttà dell’azione che è urlo fragoroso contro la tempesta della reazione, ritto a prua non mi piego ma contrattacco. L’utilità…ma siete poi ben certi che la piazza sia “utile”? Che serva a qualcuno per “aprire gli occhi”? O le dinamiche che portano al passaggio dal lamento alla rabbia ci sono sconosciute, come a tutti del resto? Se quest’ultima affermazione è vera, non è più saggio agire come si ritiene più affine alle proprie sensibilità e non più utile alla bugia della pedagogia sociale? E poi, non sono anche le piazze prettamente autoreferenziali a pro di un’ ”individualità collettiva” che è -oltretutto- ossimoro risibile?

Se tutto ciò non bastasse trovo anche fastidioso che ci si debba muovere su scadenze dettate dal nemico, in una logica resistenziale interiorizzata che però dovrebbe lasciar spazio a quella dell’attacco costante allo sfruttamento e l’autorità. Muoversi “in risposta a…”, soprattutto con certe premesse, significa in una certa misura legittimare e riconoscere l’autorità dell’avversario, però gli avversari sono tali in una partita della quale si condividono le regole, ad esempio nella così detta dialettica democratica, ma a noi rivoltosi/rivoluzionari che delle loro norme, della loro democrazia siamo oppositori e per ciò attaccati che ce ne facciamo di avversari? Noi abbiamo nemici, con i quali non si tratta.

Non sono pregiudizialmente contro le mobilitazioni, Ma queste si dovrebbero inserire in un contesto di attacco reale e quotidiano all’autorità che ad oggi è decisamente limitato, e questo attacco dovrebbe avere basi realmente rivoluzionarie in senso anarchico. Ora e subito perché qui ed ora viviamo. Non mi sto quindi condannando all’inazione, solo vedo la lotta da una prospettiva diversa. Non si tratta di stare fermi, si tratta di colpire sistematicamente con azioni di ogni tenore e dimensione l’autorità seguendo la logica dei piccoli gruppi e delle affinità.

L’11 Luglio sarà la rappresentazione di un dissenso riformatore, borghese, conservatore. Ognuno si comporti verso quella giornata come meglio crede, ma dopo per favore, non cominciamo con le solite lamentele di chi ci è cascato…

Al di là delle conclusioni politiche che ognuno può avere, l’unica certezza è che quei compagni che desiderano partecipare attivamente alla lotta anarchica, dovrebbero studiare gli errori ed essere un passo avanti del nemico, studiando le proprie mosse con molta attenzione e pazienza. Per evitare mosse avventate, senza che questo porti all’inattività”. Nikos Romanos

La stupidità del movimento quando non considera l’urgenza dell’attacco e che la prigionia sarà sempre la conseguenza logica per chi ha il desiderio di distruggere il sistema. Lo stato e il capitalismo hanno grandi armi e soldati armati, antisommossa, ma se si compara come un migliaio di persone che protestano per chiedere stipendi più alti non è pericoloso per il potere, rispetto a quelle individualità che “bruciano” solamente alcune delle loro piccole proprietà, dichiarando che non saranno più sottomesse, e mostrano al potere che non rispondiamo più al suo solito linghuaggio di controllo”. Eat

M.

1 thought on “Cattedrali nel deserto – Riflessioni intorno all’11 Luglio

  1. “[…] Ritornando alla domanda iniziale e constatando che mi ritrovo sempre più a confrontarmi con svariate offerte identitarie intese come progetti di vita, o come portatrici di lotte o resistenze mi chiedo se siano da intendere come necessarie per un sovvertimento del potere.
    Purtroppo dico io, o per fortuna, direbbero altri, è innegabile che alcuni sentano il bisogno di un’identità collettiva con tutto ciò che comporta, così le attuali greggi identitarie proliferano e le si possono trovare un po’ ovunque, a discapito dell’individualità. L’unicità indigesta e mistificata sembra voler essere rigettata; l’individualità diviene sinonimo di isolamento quando non è disposta ad adeguarsi ad un sentire comune, ad appiattirsi per trovare una forza più incisiva nella collettività. Sempre secondo i suddetti altri, i singoli individui sono pochi e soprattutto, non essendo disposti a cedere alla volontà collettiva, non permettono di disporre di una massa di manodopera sufficiente. I pastori, quindi, non amano l’individuo, tanto da farci credere che esso sia deleterio per se stesso, se non si aggrega, quanto per la collettività che sarà impoverita numericamente dalla sua assenza.
    Concludo quindi affermando che le identità collettive rappresentano la negazione della possibilità di sovvertire, o quantomeno l’accantonamento momentaneo, esse si basano su l’autorità e vogliono sovvertire solo quella altrui.”

    estratto da Stikla su “Blasphemìa” n° 1

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