Da Finimondo:

Viene considerata sabotaggio una «azione di disturbo o di danneggiamento intesa a ostacolare il normale svolgimento di un lavoro produttivo, il regolare funzionamento dei servizi bellici del nemico, l’efficienza e la sicurezza dei servizi e dei trasporti pubblici». Ridotto alla sua essenza, il sabotaggio è quindi una pratica di lotta, uno strumento che è possibile mettere al servizio di qualsiasi fine. Un’arma potente che, come tutte le armi, può essere usata da chiunque. Lo zoccolo (sabot) lanciato negli ingranaggi spiega una meravigliosa origine del nome, ma purtroppo non riesce anche ad indicare le motivazioni del gesto. Una fabbrica può essere sabotata dagli operai in sciopero o dai tirapiedi assoldati da un industriale rivale, un mezzo militare può essere sabotato da soldati di un esercito nemico o da disertori, un cantiere può essere sabotato da chi contesta l’opera in costruzione o da chi è interessato agli appalti. Se in ambito reazionario il sabotaggio può essere impiegato anche da difensori dell’ordine stabilito, in ambito rivoluzionario può essere praticato tanto dagli amici di un nuovo Stato che dai nemici di qualsiasi Stato.
Che significa tutto ciò? Che ogni considerazione sulla natura di un sabotaggio – lasciando nelle latrine la sua condanna a priori, e negli asili la sua apologia incondizionata – non può evitare di affrontare sia le motivazioni che spingono al ricorso di questo strumento di lotta, sia il contesto in cui esso si manifesta. In altre parole, dimmi come, quando e perché sostieni il sabotaggio e saprò chi sei.
Ecco, a dirci come, quando e perché sostenere il sabotaggio sono sopraggiunte negli ultimi mesi un paio di pubblicazioni, alla vigilia della manifestazione nazionale dello scorso 10 maggio a Torino, in solidarietà con i quattro NoTav arrestati il 9 dicembre 2013 perché accusati di aver partecipato nella notte fra il 13 e il 14 maggio di quell’anno all’assalto contro il cantiere di Chiomonte. Quella notte di primavera il cantiere si trovò illuminato dal bagliore dei petardi, e alcune attrezzature della ditta responsabile dei lavori andarono in fumo. Tanto è bastato alla Procura di Torino per formulare contro quattro NoTav l’accusa di “terrorismo”. Pochi giorni prima che la stessa Cassazione si esprimesse su questa aggravante, facendola poi cadere, alcuni solidali NoTav hanno diffuso il proprio contributo teorico per «smontare il discorso sul terrorismo» e per svelare «se a terrorizzare sia lo Stato o chi gli si oppone». Stiamo parlando dei due opuscoli NoTav, terrorismo e contro-insurrezione e Il compressore, le cui campane hanno timbri diversi quel tanto che basta per poterli distinguere con facilità. Più rivolto al diritto il primo, più interessato alla storia il secondo, ma scritti sull’onda della medesima esigenza di giustificare e legittimare quanto accaduto quella notte, entrambi seguono spesso lo stesso ritmo.
Ad ogni modo almeno su un punto dello spartito, quello sul linguaggio, i rintocchi sembrano perfettamente sincronizzati. Al ding del «le parole non si accontentano di descrivere il mondo così com’è. Gli danno forma, lo producono come tale, sono elementi materiali. Il campo linguistico è anche un campo di battaglia», risponde il dong del «non essendo il linguaggio uno strumento “neutro”, ma piuttosto qualcosa con cui si dà forma alla realtà, ogni parola reca in sé premesse e decisioni valoriali, interpretative e prospettiche, tutt’altro che scontate». Ora, poiché le parole di certi trogloditi (sempre pronti col dito puntato a fare le pulci agli altri) non vanno ascoltate a prescindere, abbiamo trovato davvero magnifico che a sostenere con chiarezza la praticità del linguaggio sia finalmente qualche sovversivo dall’adeguato pedigree. Ma è stato un attimo, una soddisfazione effimera, spazzata via dal ricordo dell’aneddoto riportato da uno dei più celebri NoTav valsusini, il telemetereologo più amato da certi anarchici. Lui, NoTav sostenitore della Decrescita, stava discutendo con un sindaco SiTav fautore del Progresso, e si sono ritrovati entrambi d’accordo nell’elogiare un libro di denuncia dell’imminente tracollo cui è destinata la civiltà qualora proseguisse la sua folle corsa senza freni. Il brillante umorismo del telemetereologo nell’esporre il paradosso istituzionale – è proprio perché questo mondo corre verso il precipizio che bisogna costruire treni superveloci! – fece ridere a crepapelle i suoi ascoltatori. A noi no, non è venuto affatto da ridere nel veder contrabbandate su questi due testi false promesse per reali premesse.

NoTav, terrorismo e contro-insurrezione è presentato come il «frutto di riflessioni condivise con tanti compagni in giro per l’Italia e l’Europa che hanno avuto a che fare con questo tipo di accusa». Beh, il risultato di questo brain-storming dell’esperienza sovversiva continentale è a dir poco imbarazzante. Questi critici degli «elementi di linguaggio subdoli» utilizzati dai media iniziano la loro introduzione precisando che quando si evoca il terrorismo «nel contesto italiano, c’è un aspetto in più: “gli anni di piombo”, le stragi, i gruppi di lotta armata, un passato cupo e sinistro…». Mamma, che paura! Più che leggere i libri di Giorgio Agamben, sembra che abbiano visto i programmi di Giovanni Minoli. Il piombo che si è beccato Luigi Calabresi è cupo e sinistro quanto quello che ha colpito Giorgiana Masi? I gruppi di lotta armata erano tutti uguali, essendo NAR e NAP, BR e AR… solo lettere incrociabili sullo Scarabeo?
L’intento degli autori è quello di far crollare «l’edificio linguistico e affettivo» costruito dai mass-media attorno alla questione, ma solo per costruirne un altro diametralmente opposto e del tutto speculare. Chi non ama crogiolarsi nel tremendismo dell’accusa di “terrorismo” fa più che bene a rispedirla al mittente. Ma per far ciò, non basterebbe far notare come l’uso indiscriminato del terrore a fini politici calzi perfettamente con chi inquina l’aria, avvelena l’acqua, devasta la terra, contamina il cibo, irradia uranio, fabbrica armamenti, affama continenti, bombarda popolazioni? Non è certo lo Stato, creatore e garante di questa infame società, a poter accusare chi attacca i suoi cantieri (o i suoi funzionari) di seminare panico e terrore. L’incendio di qualche macchinario non terrorizza proprio nessuno (così come il ferimento di un amministratore delegato dell’industria nucleare può spaventare al massimo i suoi degni colleghi o i suoi committenti).
Non è sufficiente? A quanto pare no, non basta. Secondo questo opuscolo, per opporsi alla «finzione efficacissima, una astrazione che si presenta come assolutamente reale e confermata dai fatti» diffusa dai giornalisti (e non dalla mitopoiesi delle lotte, ovvio), per evitare le «formule ripetute ad nauseam» dalla stampa (e non dagli slogan militanti, ci mancherebbe), per ribaltare l’equazione mediatica «NoTav=terroristi»… cosa c’è di meglio che lanciare l’equazione contro-informativa NoTav=bravi ragazzi? Non per fare dell’innocentismo, per carità, ma solo per difendere «quattro ragazzi che, se dimostrato dall’accusa, avrebbero al massimo sabotato un compressore, una macchina che costerà alcuni migliaia di euro» (e già rivenduta! – puntualizza altrove con zelo il Signor Movimento NoTav).
Si tratta di un’ansia di presentazione buonista che porta gli autori del testo a smentire il «nonsenso storico quasi assoluto» caro alla Procura di Torino, quello che vorrebbe l’incendio di un macchinario un semplice preliminare di assassinio. La loro bizzarra memoria ricorda che «esistono rari esempi di individui o organizzazioni passati dal sabotaggio all’omicidio». Come, come? Sembra uno scherzo, ma non lo è. Per costoro sabotaggio e terrorismo (senza virgolette, siamo in tempo di forte crisi) sono «due opzioni politiche» separate da «una linea etica»: infatti, «il sabotatore identifica con grande lungimiranza nella macchina, nell’apparecchiatura tecnica, nell’infrastruttura materiale, la concretizzazione della logica che lo opprime e agisce di conseguenza. Il militante armato, invece, crede ingenuamente che facendo del male a degli uomini si possa rovesciare l’organizzazione sociale».
Sì, avete letto bene. Gli autori di NoTav, terrorismo e contro-insurrezione hanno impiegato mesi per condividere con compagni di tutta Europa la geniale idea, ad esempio, che molti partigiani siano stati rari militanti armati passati dall’opzione politica del sabotaggio a quella dell’omicidio nell’ingenua convinzione che eliminando uomini abituati ad indossare camicie nere o brune si potesse rovesciare il nazifascismo. E che i NoTav arrestati lo scorso dicembre siano boy-scout, forse un po’ irruenti, che se hanno davvero fatto bua ad un compressore è solo perché vedono lontano e sanno che le macchine sono brutte e cattive e gli esseri umani sono belli e buoni. E che è importante – imitando il loro insopportabile gergo, oseremmo dire affettivamente strategico – distinguere fra allegri sabotatori impegnati in entusiasmanti lotte sociali quotidiane e grigi militanti dalla vita noiosa che di tanto in tanto salgono sul palcoscenico dello Spettacolo a fare il tiro-a-segno (o scendono in cantina a giocare al piccolo chimico, secondo una certa vulgata anarco-cretinizzante).
Di fronte a simili chiassose balordaggini non ci stupiamo che, all’indomani della manifestazione del 10 maggio e dopo chissà quante tirate d’orecchie, questo testo sia stato riveduto e corretto, le sue parti più demenziali cassate («Ci sono alcune correzioni linguistiche di errori scappati dalla stesura urgente per l’uscita il 10 maggio più la modifica di alcune righe di contenuto che potevano essere oggetto di fraintendimenti» – si sono premurati di spiegare) ed il titolo cambiato. Insomma, tutt’altra cosa. Comunque se ai lettori di Terrorizzare e reprimere, edito da Prison Break Project, fosse sfuggita la bozza originale del testo, non è difficile procurarsela (*).

*

Ma se la prima campana ha un suono talmente farlocco da far apprezzare la sordità, la seconda invece no. Quanta scaltrezza nella mano che la agita, quanta conoscenza di come dosare i rintocchi pur di allontanare ogni sospetto di cattive intenzioni dietro ai sabotaggi NoTav!
Lo ammettiamo: l’impatto con Il compressore è stato per noi dirompente. Già ritrovarsi in mano un sedicente opuscolo formato rivista è stato spiazzante, curiosa anticipazione del dire una cosa e farne un’altra, ma l’immagine in prima pagina… oddio, oddio, quella immagine! Folgorante, emozionante, da brivido. Non potevamo toglierle gli occhi di dosso. Per chi non l’avesse vista, si tratta di un disegno sedizioso dai tratti antichi ma dai colori moderni, che riporta come didascalia la data «10 maggio 2014» – il giorno della manifestazione di Torino. Raffigura perciò quello che gli autori de Il compressore auspicavano che accadesse. Al centro dell’immagine c’è il capopopolo, a cavalcioni sulle spalle dei suoi compagni. Fascia rossa in vita, braccio destro teso in avanti con una spada in mano e braccio sinistro sollevato a innalzare il cappello, la sua testa è rivolta indietro verso la folla da trascinare, raffigurata armata e furiosa nella parte destra dell’immagine. E a sinistra, ovvero davanti a tutti, cosa c’è? Il nemico? Macché, il nemico non c’è, non si vede proprio. In compenso spicca il portabandiera degli insorti, sventolante un vessillo rosso vivo.
Ecco qual era l’auspicio degli autori in vista del 10 maggio: il leaderino-nano salito sulle spalle dell’insurrezione-gigante a indicare la retta via (i nani, quando approfittano dell’altezza altrui, millantano sempre una personale lungimiranza), che fomenta i rivoltosi urlando: «avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossaaa, bandiera rossaaa…». E in effetti seguire la bandiera rossa è un buon riferimento per leggere Il compressore.
Niente equivoci. Dubitiamo assai che i suoi autori siano comunisti tutti falce e martello. Lo precisano loro stessi che quelle odierne sono «Lotte in cui la componente ideologica, intesa come una visione del mondo comune a chi vi partecipa, non ha praticamente peso alcuno». Per cui fanno a meno di utilizzare categorie ormai vetuste – anarchici, comunisti, socialisti – che lasciano indifferente o sospettosa l’ambita manovalanza proletar-popolare, preferendo svolazzare su e giù, sotto e sopra, a destra e a sinistra, e a sinistra, e a sinistra… Eh, che ci volete fare, l’occhio è puntato irrimediabilmente a sinistra, a quella sinistra a cui si vorrebbe iniettare un po’ di vitamine e che si esorta a riscoprire il proprio passato. Perché la strategia può anche consigliare di evitare l’uso di vecchie etichette ideologiche, ma i propri desideri, la propria «visione del mondo», sono lì pronti a saltare fuori. Magari in uno di quei riferimenti storici di cui è infarcito questo testo. Solo un imbecille può credere davvero che l’odio per qualsiasi autorità sia frutto dell’adesione ideologica all’anarchismo, o che la giustificazione di una autorità sia frutto dell’adesione ideologica al comunismo, alla democrazia o al fascismo.
Dunque, Il Compressore si può dividere in due parti. Una, riconoscibile dai caratteri più piccoli, affronta la questione attuale degli arresti, dell’accusa di “terrorismo”, della lotta NoTav in Val Susa, nella modesta pretesa di svelare alcuni dilemmi fra cui spicca «se sia lecito insultare politici, magistrati e giornalisti, e se questo serva». L’altra è una carrellata fra le apparizioni del sabotaggio nella Storia, in cui con altrettanta umiltà si intende «fornire alcuni granuli di storia, sempre utili ai giovinetti e alle giovinette…, oltreché a chiunque conservi dentro di sé il gusto della chiarezza».
Considerato non solo quel che hanno scelto di dire e ricordare ma anche e soprattutto quel che hanno scelto di tacere e dimenticare, non è facile stabilire se gli autori de Il compressore abbiano mantenuto le loro promesse. Di sicuro, ci hanno provato a modo loro. Ovvero spargendo a piene mani sulla lodevole critica al concetto di “terrorismo” ed al suo uso repressivo quella retorica messianica che vorrebbe toccare e coinvolgere i lettori in una medesima allucinazione. Dio è un povero sfigato, essendo in fondo solo uno e trino. Il movimento NoTav, invece, è ultradivino poiché è «al contempo uno e plurimo». A forza di condividere preghiere alla Madonna del Rocciamelone, ai loro occhi ebbri di consenso «è apparso, di lontano, il Regno dei Cieli» proprio sopra Venaus. Il che sarà anche uno sballo – «meglio di una striscia di coca», concordavano anni fa due infervorati anarchici NoTav – ma rimane una allucinazione, il contrario della chiarezza annunciata.
Una volta ripulita della melassa mitopoietica, in questo sedicente opuscolo, nella sua parte più teorica, rimane l’idea secondo cui tre siano i fatti imperdonabili della lotta NoTav, quelli che i suoi nemici davvero non riescono a digerire. Il primo è «di riattribuire alle parole il significato che un tempo avevano e di agire di conseguenza», di non «mimare la lotta a uso e consumo dello Spettacolo e del correlato racket politico», di rifiutare la «tartufesca abitudine alla concertazione al ribasso». Il secondo è la «rottura con la morale pubblica… morale basata su un’economia discorsiva, e punitiva, articolata sugli assi del pentitismo e della delazione, della dissociazione e dell’abiura». Il terzo: «Se c’è qualcosa di imperdonabile nella lotta No Tav, oltre al “No” secco e non negoziabile che la caratterizza da sempre, è proprio il fatto di non avere riprodotto la morale della dissociazione».
Se non si tratta di tre semplici menzogne, allora siamo davanti alla riproposizione di una vecchia e sinistra cantilena: il movimento NoTav non è un partito, e forse proprio per questo ha sempre ragione, anche quando ha torto. Ma è inutile garantire sulla virtù della Signora Lotta NoTav per nascondere i vizietti del Signor Movimento NoTav. Il giochetto linguistico delle tre carte è imbarazzante, il trucco ormai palese: quella lotta, quel movimento, sono composti da singoli individui. Se la Lotta fa e dice, se il Movimento fa e dice, è perché singoli individui fanno e dicono – e gli altri loro compagni approvano o tacciono per calcolo o ignavia. Qui bisogna decidersi. O la Signora Lotta e il Signor Movimento rispecchiano esclusivamente ciò che tutti i NoTav condividono, nel qual caso dovrebbero cercare di limitare le loro dichiarazioni pubbliche essendo difficile una continua consultazione allargata; oppure – vista la «fisionomia composita e variegata del movimento», il quale è «coeso benché attraversato da anime per certi versi molto diverse» – essi comprendono tutto indistintamente senza porsi troppi problemi. In questo caso, a far parte della Signora Lotta e del Signor Movimento NoTav non sono solo i sabotaggi ma anche le dissociazioni, non solo le preghiere ma anche le bestemmie, e così via.
Ma allora la lotta NoTav non può attribuire un significato preciso alle parole, visto che oscilla da anni fra politica e antipolitica. Non è affatto conseguente, dato che prima minaccia astensione e poi vota in massa (per non parlare dei suoi stessi candidati, locali ed europei). E non disdegna di mimare la lotta ad uso dello Spettacolo, mentre si filma nell’andare all’assalto del cantiere con simpatici attrezzi di gommapiuma. E non è per niente immune alla concertazione al ribasso, né in Valle (dove nel corso degli anni ha perso alcuni esponenti, risucchiati su altre sponde) né altrove (basti pensare a Firenze, dove i NoTav sono in realtà “NoTunnel: NoTav-fatto-male-SiTav-fatto-bene”). E non si rompe affatto con la morale pubblica, quando si votano parlamentari, si applaudono magistrati, si scomunicano ladri.
Quanto al non aver riprodotto la morale della dissociazione, beh, qui è davvero uno scontro fra campanari a chi la spara più titanica. E se i buchi di memoria dei primi campanari fanno sorridere per la loro ignoranza, quelli dei secondi sono davvero disgustosi per il loro opportunismo. Tutti sanno perfettamente che il signor Movimento NoTav si è dissociato dal sabotaggio avvenuto nel luglio 2011 a Susa, così come da quelli avvenuti altrove, a Chambery o a Milano nel marzo del 2012. Sanno bene che i loro compagni di merende hanno preso le distanze anche dall’incendio divampato a Bussoleno il 30 agosto 2013, ovvero quello avvenuto dopo l’assalto al cantiere di Chiomonte di fine maggio. Così come sanno che la dissociazione NoTav non è esclusiva valsusina, essendosi espressa nel passato a Firenze e nel presente a Trento.
E i sabotaggi avvenuti alla fine degli anni 90? Quelli su cui non saranno gli autori de Il compressore a cercare di sapere «come il cuore della Valle vedesse allora questi attacchi», preferendo citare pro domo loro un articolo dell’epoca? No, è decisamente meglio non approfondire la questione. Meglio offrire un «granulo di storia» accuratamente selezionato. Meglio scordare che quegli attacchi vennero attribuiti ai servizi segreti perfino da alcuni anarchici che oggi sgomitano per abbeverarsi alla lotta NoTav, acquasantiera del movimento. Meglio scordare che tuttora il signor Movimento NoTav li copre di dubbi e ambiguità.
E quando il comitato politico che amministra questa lotta, questo movimento, diffondeva pubblicamente i suoi comunicati di dissociazione, cosa faceva chi oggi saluta trionfante «Il riapparire del sabotaggio, autentico “ritorno del rimosso”… Questa riapparizione dischiude un’altra immagine del mondo, la nostra»? Brontolava privatamente e stava zitto pubblicamente (tranne forse in una circostanza, nel settembre 2013, ma solo dopo che altri avevano esposto le proprie critiche), per timore di perdere la propria sedia in prima fila in assemblea? Se le idee, e figurarsi quelle di rivolta senza compromessi, «hanno evidentemente bisogno di trovare le forme adeguate per la propria enunciazione», ciò significa che quando queste forme non sono disponibili è più conveniente tacere?
Noi pensiamo che se il sabotaggio è stato così a lungo rimosso è anche grazie al signor Movimento NoTav ed ai suoi compagni di merende. Il primo per le sue puntuali dissociazioni, i secondi per il loro silenzio pubblico che le ha permesse. Qui, di conseguente c’è stata solo la collaborazione dei silenti con gli sbraitanti contro le azioni dirette. Oggi che il sabotaggio è stato pubblicamente “sdoganato”, a partire dalle esternazioni di uno scrittore passato da Marx a Cristo, il signor Movimento NoTav può frenare la sua ansia legittimista e chi gli fa da sponda può vanagloriare «l’immagine del mondo» dischiuso dal sabotaggio. E di quale mondo poi, lo vedremo fra breve. Prima, però…
Prima dobbiamo tornare sulla premessa e promessa disvelatoria «se sia lecito insultare politici, magistrati e giornalisti, e se questo serva». Alla fine della lettura, tutto è effettivamente chiaro. Ma certo che è lecito e serve insultare politici, magistrati e giornalisti; basta non insultare i politici, i magistrati e i giornalisti. Non è una acrobazia dialettica, è esperienza pratica, diretta, non ideologica, quella che si acquisisce solo ritrovandosi «in quella dimensione sperimentale in cui ciò che appare improbabile se non addirittura impensabile oggi, diviene pratica diffusa l’indomani». Ieri, quando non si sperimentava, le massaie valsusine facevano la spesa ed i sovversivi insultavano i potenti ed i loro scagnozzi. Oggi, con il senno prrrratico del poi, le prime costruiscono barricate (e ciò è ammirevole) ed i secondi selezionano strategicamente l’obiettivo dei propri insulti (e ciò è patetico).
Anni e anni di comunella insorgente fra sedicenti verticalisti e sedicenti non-orizzontalisti hanno sviluppato e diffuso un ben altro genere di «clima generale, un vero e proprio “spirito del tempo” favorevole a una complessiva “rifondazione morale”», ma in questo caso del rapporto fra movimento e Stato. Oggi quindi è lecito insultare il politico cattivo Stefano Esposito, ma non serve insultare il politico buono Marco Scibonix. Il duo di magistrati cattivi Andrea Padalino e Antonio Rinaudo vanno insultati, il duo di magistrati buoni Ferdinando Imposimatix e Livio Pepinix no (quelli sono compagni di polente condivise ed autogestite, non scherziamo!). Il giornalista cattivo Massimo Numa va insultato, invece i giornalisti buoni che intervistano i NoTav no. Fra questi ce ne viene in mente uno in particolare, quello che nel corso di una manifestazione in solidarietà con i quattro NoTav arrestati ha raccolto le dichiarazioni rilasciate da chi ha innalzato da anni bandiera bianca al posto di quella nera. Per difendere dall’accusa di terrorismo gli arrestati, la persona intervistata – una a dirlo, nessuno a contraddirla – ha pensato bene di precisare che in fondo quei «ragazzi» non hanno fatto male a nessuno, mica hanno ucciso, mica hanno gambizzato (capito Gaetano Bresci? e soprattutto, capito Alfredo Cospito?).
Se il linguaggio non è neutro e le parole portano con sé prospettive, allora si capisce il motivo per cui si insultino solo alcuni politici, alcuni magistrati, alcuni giornalisti. Si tratta dello stesso motivo per cui, quando si apre bocca davanti a pensionati e massaie, consiglieri comunali e docenti universitari, si denuncia l’Alta Velocità come una falsa promessa, si pretende che le basi militari rispettino le norme del Parlamento Europeo, si invoca un migliore utilizzo della spesa pubblica nelle grandi opere. Perché la propria prospettiva è quella di arrivare ad uno Stato diverso, migliore, più giusto. Il che è esattamente quello che vogliono e sostengono i non-chiamateci-comunisti-che-non-vogliamo-sembrare-ideologici, con l’ausilio dei loro attivi e sgargianti Anarlecchini servizievoli con mille aspiranti padroni.
Ed ora tutti in coro, bandiera rossaaa, bandiera rossaaa…

Appurato fino a che punto il sabotaggio sia stato rimosso dalla Storia, gli autori de Il compressore hanno voluto rievocarne le apparizioni. Ovviamente la selezione a loro disposizione era piuttosto vasta, e loro hanno scelto. Il criterio usato è facile da immaginare ed ineccepibile. È lo stesso che useremmo anche noi. Ovvero in base al proprio mondo, quello che si ha nel cuore. Come il linguaggio, anche la Storia non è neutra e porta con sé delle prospettive.
Ordunque, una interessante citazione storica sul sabotaggio compare già nelle analisi più teoriche, laddove si fa notare come il “terrorista” possa venire apprezzato per la sua natura anche se il fatto da lui compiuto è particolarmente grave. L’attentatore di Napoleone III, Felice Orsini, è considerato un patriota e non uno stragista. Giusta considerazione. Ma Orsini stava in Francia, l’esempio forse è troppo distante nello spazio e nel tempo, e poco chiaro. Non c’è nulla qui in Italia da ricordare? Massì che c’è! «Circa la valutazione del termine, d’altra parte, sono esemplari le considerazioni di un Luigi Longo (segretario del PCI dal 1964 al 1972) in merito ai GAP…». Una valutazione non è una bazzecola, è una cosa seria. Deve essere lasciata a persone serie. Non può essere un PincoPallo qualsiasi a dare valutazioni. Esemplare è invece un Luigi Longo, uno dei capibastone stalinisti nella Spagna del 1936. Anche un «Paolo Spriano, celebre storico del PCI» è una fonte autorevole per legittimare la violenza contro lo Stato. Bandiera rossaaa, bandiera rossaaa…
Vedete, il cruccio degli autori è questo: il sabotaggio avvenuto in Val Susa è parte di un vasto movimento di lotta. La rievocazione storica del sabotaggio deve quindi seguire questa traccia, deve possibilmente ripresentare lo stesso contesto. Si possono anche ricordare per strumentale forza maggiore gli Os Cangaceiros e Marco Camenish, mentre è d’obbligo citare Emile Pouget. Ma ciò che deve venire alla luce è la dimensione più politica, pubblica e collettiva dell’uso del sabotaggio, perché è questa la prospettiva che si vuole affermare, mentre ogni altra prospettiva è meglio se rimane… rimossa.
Il luddismo va anche bene, un forte movimento sociale così lontano nel tempo da poter essere rivisitato senza tema di smentita da chiunque, persino da chi giura da sempre sulla necessità del Partito e della riappropriazione dei mezzi di produzione. Per il resto, meglio puntare sui sindacalisti rivoluzionari più battaglieri, ricordandone la collera e tacendone il programma (tanto per essere più conseguenti con le parole). Gli IWW, ad esempio. A loro sono dedicate ben sei pagine che, da sole, meriterebbero una recensione intera. I wobbly erano i sostenitori del «One Big Union», musica per gli attuali sostenitori del One Big Movement. Nelle lotte che guidavano erano disponibili a ricorrere al sabotaggio, e anche qui ci siamo. Per cui vale proprio la pena ricordarne le gesta eroiche. Stando però attenti a non ricordare che essi furono il prototipo del racket politico che altrove su questo sedicente opuscolo viene deprecato. Non viene detto che chiunque non si iscriveva nelle loro fila era considerato un crumiro, non viene detto che non appoggiarono le azioni dirette avvenute nel corso di lotte fuori dal loro controllo, non viene detto che si scontrarono molte volte con gli anarchici favorevoli alle lotte autonome da attuare in many small groups. Il loro dirigente più noto, Bill Big Haywood, viene ricordato per le sue parole infuocate ma non per essere stato accolto e decorato nella Russia stalinista. Viene salutato il loro internazionalismo, la loro mancanza di discriminazione razziale, guardandosi bene dall’associarli alla loro ambizione di rappresentare tutti i lavoratori, nessuno escluso. Dettaglio indicativo, ad un certo punto gli autori si dolgono della «infelice polemica di Debbs contro il sabotaggio». Ora, Eugene Debbs era sì stato fra i fondatori del IWW ma era soprattutto il leader del Partito Socialista e all’epoca della polemica (1913) si era già candidato per ben quattro volte alla Casa Bianca. Definire infelice la sua ostilità al sabotaggio è un po’ come considerare spiacevole il mancato riconoscimento della Volante Rossa da parte di Togliatti. Un rammarico perché è mancata un’immaginetta nell’album di famiglia della sinistra, il loro mondo.
Prodigiose sono poi le due pagine dedicate ai sabotaggi in Val Susa. Liquidati in poche righe quelli avvenuti alla fine degli anni 90, meglio riempire lo spazio con stralci dalla Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza edita da Pietro Secchia, il cui passato di partigiano s’intuisce mentre si tace quello di dirigente storico del Partito Comunista. Oltre ad una prima pagina dell’Unità del 1928 in grande risalto (bei tempi quelli, quando ci-lasciavamo-chiamare-comunisti!), il resto del testo è tutto da assaporare. Veniamo istruiti che la sera del 15 maggio 2013 a Bussoleno, nel corso di una assemblea, si è parlato di sabotaggio con l’avallo di nomi prestigiosi: Gandhi, Capitini e Mandela. Poi viene ripetuto che la sera del 15 maggio 2013, a Bussoleno, sono risuonati i nomi prestigiosi di Gandhi, Mandela e Capitini. Ma lo abbiamo capito, lo abbiamo capito! Nessuno sa chi fosse Pouget, e quindi si sono fatti i nomi adeguati, strategicamente affettivi. Ma il religioso-laico Capitini, che tollera il sabotaggio solo come ultima risorsa, «Aldo» per gli autori, non è sconosciuto quanto Felice Orsini? Mmmh, meglio presentarlo. E questa volta, per avvalorare la definizione «una eccezionale figura di studioso», chi si riesuma dalla tomba? Nientepopodimenoche Pietro Nenni! Sì, Nenni, Pietro Nenni, il pompiere della Settimana Rossa, il socialista che ha diretto per molti anni l’Avanti!, poco dopo Benito Mussolini ma molto prima di Benito Craxi. Roba forte, fortissima, bandiera rossaaa, bandiera rossaaa…
Ma non pensate che sia finita qui. No, perché veniamo edotti anche del fatto che «L’assunzione etico-politica del sabotaggio, oltre a illustri teorici della non-violenza, ha tra i suoi sostenitori addirittura uno dei padri costituenti della Repubblica italiana, Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio italiano del dopoguerra…». Addirittura?
Quindi, cari giovinetti e giovinette, cari compagni e compagne, dopo aver gustato la chiarezza di questi granuli di storia avrete senz’altro capito bene che esistono politici illustri che non è lecito insultare, ma che invece serve tanto leggere, ascoltare, apprezzare.
Prima che la nausea ci arrivi alla gola e ci soffochi, a furia di sfogliare riferimenti talmente sinistri da riciclare anche (coautori di) noti dissociati come Caminiti, un ultimo sforzo, forse il peggiore. «Se c’è una lotta in cui il sabotaggio ha fatto numerose e significative comparse, è senz’altro quella contro il nucleare», scrivono gli autori, «anche in Italia, per almeno un decennio, l’attacco alla piovra nuclearista è stato costante». Bene, e quindi? Quindi «tra le tante storie – o asciutte cronologie — disponibili, abbiamo scelto un racconto sulla lotta contro la centrale nucleare di Golfech, in Francia, in qualche modo emblematica di problemi e dinamiche ben attuali».
Sì, evitare gli esempi italiani è emblematico di problemi e dinamiche… e di chi? Di chi deve gestire una lotta sociale allargata facendosela con politici, magistrati e giornalisti assai utili politicamente da una parte, ma fingendo al tempo stesso di disprezzarli dall’altra. Come risolvere il problema di fare marchette cittadiniste vantando una reputazione radicale? Come tenere dinamicamente il piede in due staffe? Hanno fatto bene, molto bene gli autori de Il compressore ad accennare soltanto ai sabotaggi avvenuti alcuni decenni fa in Italia contro i tralicci dell’alta tensione. Altrimenti avrebbero dovuto ricordare che quella pratica accompagnò una teoria che incitava a passare dal centro alla periferia, che venne sostenuta proprio contro i carrozzoni politici già esistenti allora, ovvero contro l’ambizione politica che oggi sta a «manimentecuore» sia al Signor Movimento NoTav che alla Signora Lotta NoTav. Quella era una progettualità di intervento fondata sulla affinità di idee e passioni, non sulla comunella di opinioni e sentimenti. Una progettualità che è stata rimossa, sempre più rimossa, non solo dalla paralisi pratica e dall’annebbiamento teorico imposti dal dominio, ma anche grazie a chi si è dedicato a creare e diffondere uno «spirito del tempo» in cui una visione del mondo priva di potere «non ha praticamente peso alcuno», non essendo sufficientemente popolare.
Eppure, non avendo bisogno di nessuna legittimità, non accettando alcuna tirannia del numero, quella progettualità rimane sempre possibile da percorrere. Rimossa nel passato, essa è sempre presente, alla portata di tutte le impazienze e di tutti gli eccessi. Essa è nell’aria e si potrebbe afferrare come una corda tesa, facendo crollare ogni funambolismo politico.

Dev’essere per «innalzare la temperatura morale dell’epoca» che Il compressore verrà presentato in uno dei Festival dell’Amicizia Politica organizzati ogni estate in Val Susa dai militanti di Condivisione e Liberazione, il prossimo 23 luglio, sotto il Regno dei Cieli di Venaus. La presentazione sarà subito dopo cena. Subito dopo pranzo non era possibile, essendo già previsto «l’incontro con l’amministrazione cittadina», uno dei tanti appuntamenti filoistituzionali in calendario. «E siccome le parole, quando scaturiscono da un’esperienza reale, fatta da individui viventi e non già da sembianti, hanno un senso», come dicono gli autori del sedicente opuscolo, non abbiamo proprio dubbi sul senso da dare agli affannosi tentativi di conciliare critica radicale e rimprovero cittadinista, conflitto sociale ed istituzioni statali, zoccoli del sabotaggio e zoccole della politica.

[21/7/14]

(*) Errata corrige – 1/8/14
Gli animatori di Prison Break Project – autori di Terrorizzare e reprimere – ci hanno scritto sollecitandoci a precisare che il nostro riferimento al loro opuscolo lo indica «come una versione successiva di quello intitolato “NoTav, terrorismo e contro-insurrezione” ed è falso in quanto si tratta di due testi che per quanto possono avere una tematica comune sono differenti, sia nell’articolazione dell’analisi che più semplicemente per gli autori.
Forse alcune analogie possono emergere nel tempismo e nei modi di pubblicazione nel corso dello scorso mese di maggio e possono aver indotto in errore».
Prendiamo quindi atto, scusandoci con Prison Break Project per l’inesattezza, che Terrorizzare e reprimere è davvero tutt’altra cosa rispetto a NoTav, terrorismo e contro-insurrezione, la cui pubblicazione integrale – promessa anch’essa in tre parti nel mese di maggio – a quanto pare non è mai avvenuta, fermandosi alla diffusione della sola prima parte, nella prima versione (diffusa per la manifestazione del 10 maggio) e in quella riveduta e corretta (diffusa poco dopo) che ancora preannunciava le altre due parti dell’opuscolo “invisibile”.