Eh sì, lo possiamo capire. Chi è ghiotto solo di complimenti e suggerimenti, non tollera in alcun modo le critiche. Quando capita che qualcuno sostenga pubblicamente tesi avverse, la vista gli si annebbia e perde le staffe. Passi che ciò avvenga in privato, possibilmente a quattr’occhi. Ma davanti a tutti? Magari critiche messe pure nero su bianco, al riparo dall’oblio e dalla sordità interessata! Per certa gente una critica non è un avvio di dibattito, macché, è un oltraggio di lesa maestà. Di controbattere alle critiche non ci pensano proprio (chi per paura di lasciare troppi neuroni sul campo, chi per paura di scoprire di avere a disposizione solo ormoni) e quindi, per evitare ogni discussione, ricorrono sempre al medesimo antico espediente. Anziché rispondere sul cosa, interrogano sul chi – «Mi critichi? A meeeee? Come osi, bifolco! Dimmi subito chi sei e cosa fai!».

Lo scorso millennio questo genere di penosa scappatoia era utilizzata solo da partitari prima, e da anarco-codini poi. Ora invece, decadenza dei tempi in cui le idee non hanno più alcuna importanza, ha tracimato un po’ dovunque. Ecco quindi che quando un Machiavelli della lotta sociale viene o si sente criticato, si mette a strillare contro i parolai da tastiera; mentre quando è un Batman dell’azione distruttiva ad essere o sentirsi criticato, si mette a tuonare contro i parolai nullisti pratici. Il primo non si degna di sostenere le proprie argomentazioni in favore delle sue scelte tattiche, così come il secondo si guarda bene dall’avanzare le proprie ragioni in favore della sua scelta operativa. Discutere, ma stiamo scherzando? No, no, si discute solo fra di noi, fra chi è già d’accordo, in modo da non avere guastatori fra i piedi (contro cui bastano e avanzano i pettegolezzi di corridoio). Ecco perché uno liquida le critiche come prescrizioni mediche formulate da sputasentenze, l’altro come dogmi eretti da pontefici e diffusi dai loro servitori. Almeno in un aspetto, quello che li fa letteralmente imbestialire, entrambi sono in perfetta sintonia: il nemico interno è la critica, e va messa a tacere.
Se questo atteggiamento fosse solo miserevole, non varrebbe la pena spenderci del tempo. Basterebbe domandarsi quanta onniscienza occorra per sapere ciò che fanno o non fanno gli altri. E quanta presunzione occorra per stabilire che la propria azione è misura di ogni azione, fuori della quale non c’è che impotenza. E quanta idiozia occorra per credere che ciò che viene fatto è ciò che viene strombazzato sui siti o sui blog, o ciò che viene rivendicato in tribunale (repressione, tu sii benedetta, altrimenti come farebbero certuni a vantarsi di esistere?).
Ma che i solo adorabili siano patetici quando pensano di evitare in questa maniera le critiche, lo sanno probabilmente pure loro. Non è questo il punto che ci interessa qui approfondire. Quello che vogliamo far notare è l’aspetto più odioso insito nella richiesta di un libretto di giustificazioni o di un certificato penale di cattiva condotta, ovvero la sua potenzialità sbirresca. Perché chiedere ad altri “chi sono” e pretendere di sapere “cosa fanno” è una richiesta sbirresca, che può interessare davvero solo a uno sbirro. Va da sé che i solo adulabili – i Machiavelli e i Batman di cui sopra – non sono affatto sbirri. Infatti a loro in realtà non interessa raccogliere rivelazioni, né vogliono davvero sapere quello che fanno gli altri, avendo solo l’urgenza di trovare una via di fuga dalla discussione. Benché agli inquirenti, purtroppo, interessino eccome le rivelazioni!
Ebbene, quando si inizia una discussione domandando all’altro «tu cosa fai?», ci si rende conto della pessima abitudine che si sta instaurando? Ci si rende conto che si stanno pretendendo confidenze in cambio di “considerazione” e “rispetto”? Ci si rende conto che, per non essere subito liquidata come millanteria, una confidenza avrà poi bisogno di essere avallata da alcuni particolari, dettagli, riscontri? Ci si rende conto che in questa maniera si spingono quei compagni che intendono discutere con i solo lusingabili a presentare il loro curricula vitae? Ci si rende conto di cosa ciò significhi in un movimento infestato dai pettegolezzi e assediato dalle intercettazioni?
A quanto pare, no. Espediente per espediente, i solo applaudibili farebbero bene a limitarsi a cavalcare l’altro loro ronzino di fuga, quello che vuole la critica sinonimo di tradimento, disfattismo e dissociazione (un po’ come faceva chi accusava i critici di Stalin di fare il gioco di Hitler). Direbbero comunque una idiozia, ma almeno non riempirebbero la propria bocca e le altrui orecchie con domande degne di un questurino e a cui è meglio (non) rispondere come se si fosse in questura.
Avviso ai giovani compagni: non rispondete mai ai miserabili che vi chiedono cosa fate, che pretendono le vostre credenziali! Anche se non avrete il loro rispetto e la loro considerazione, non preoccupatevi. Non perderete nulla.