All’inizio voglio chiarire il motivo per cui oggi mi trovo qui, approfittando della procedura delle dichiarazioni. Quello che seguirà, dunque, non avrà in nessun modo un carattere apologetico, dato che i miei atti e le mie scelte fanno parte di una lotta anarchica più ampia, la lotta per la vita e per la libertà. Di conseguenza, sono atti che io sostengo con tutto il mio essere e continuerò a farlo finché questo mondo rimarrà così com’è.

Quindi, no, non mi sto scusando, non ho nulla da dire e analizzare a livello procedurale delle mie azioni. Rifiuto le accuse esattamente come rifiuto la legalità civile. Rifiuto di legittimare il vostro ruolo e la vostra giustizia, che sono guidate e dettate da coloro che governano.

Perciò, non confido nella vostra clemenza, non mi piegherò davanti alle minacce delle vostre leggi e dei numerosi anni di carcere che mi attendono, neppure nelle peggiori condizioni che il vostro Stato riserva a coloro che rifiutano di abbassare la testa. Le nuove prigioni chiamate “carceri tipo-C”.

Sono qui per sottolineare le caratteristiche delle mie scelte e per inasprire la disputa tra di noi. Voi, come parte dell’autorità giudiziaria, e me, come parte della lotta anarchica. E quando dico “voi”, non mi riferisco specificatamente solo a voi, ma a tutte le persone che detengono posizioni di autorità. E’ una disputa che fuoriesce dalla stretta cornice dello scontro interpersonale, si tratta di una guerra di classe e sociale che si diffonde in un continuum spazio-temporale, e trova le sue radici nelle forme iniziali del capitalismo e delle relazioni di sfruttamento e di autorità, che per secoli ormai definiscono la razza umana.

Pertanto, anche se sono un anarchico e non riconosco nessun tribunale competente per giudicare le mie scelte, non posso comunque ignorare l’autorità di questo meccanismo e non illustrare la percezione e l’interpretazione delle leggi e della giustizia. Non posso rimanere in silenzio di fronte a questo celato plotone d’esecuzione e chinare il capo nel timore che è giunto il mio turno.

Considero quindi un mio obbligo portare il contro-argomento rivoluzionario contro la monolitica autorità giudiziaria, contro il silenzio che voi cercate di imporre.

Per chiarire le cose, io mi trovo in un’aula speciale, all’interno di un tribunale speciale, processato con delle leggi speciali e il futuro prevede condizioni speciali di detenzione per me, per i miei compagni e per ogni ribelle che disturba lo scorrevole funzionamento dell’intero sistema. Speciali categorie di persone in mezzo ad una massa di cittadini identici, docili e sottomessi, questo è il modo più semplice per interpretare tutta questa differenziazione intenzionale. Dall’altra parte, per poter pienamente interpretare i motivi di questa intenzione basta guardare il ruolo e l’utilizzo delle leggi e della giustizia.

La giustizia è per definizione una forma di controllo sociale, un modo per conservare l’obbedienza e il rispetto nella società attraverso un sistema di regole che definiscono cosa può accadere e cosa no, che cosa rimane nella cornice di accettabile al sistema e cosa è fuori da questa norma.

Lo Stato di giustizia, che voi sostenete, rafforza le condizioni di sottomissione in un sistema di sfruttamento e di miseria. La “giustizia” è perciò giusta perché viene rispettata, ma cosa succede a coloro che rifiutano di obbedirle, a coloro che deviano ed evadono dai comportamenti sociali predefiniti?

“Legge e Ordine”, il dogma che tappa la lacuna, assicurando il mantenimento della legalità civile con leggi più severe, sentenze sterminatrici e oppressione rigorosa.

Così lo Stato arruola l’autorità giudiziaria per schiacciare ogni comportamento deviante, per mantenere la stabilità sociale e politica. Esprimendo in questo modo dei presunti interessi sociali, ma in verità costringendo i cittadini a rispettare le leggi, concedendo così indirettamente il monopolio della violenza al meccanismo statale. In tal modo colui che subisce la violenza statale non può, e non è possibile, rispondere con adeguata contro-violenza, ma solamente accettare l’autorità dello Stato e rispettare con docilità le leggi per il “bene comune” .

Condizione indispensabile per la stabilità politico-capitalista è la legalizzazione del sistema e della violenza che produce, e naturalmente i custodi non possono essere altro che l’autorità giudiziaria, chiamata a “coprire” tutti gli squilibri strutturali del sistema in modo che non colassi socialmente ed economicamente.

Sempre, ovviamente, eseguendo gli ordini governativi e operando immancabilmente in favore degli interessi dello Stato. La capacità dei giudici di interpretare la legge in molteplici modi è la porta di servizio che rimane sempre aperta per la classe dirigente per poter intervenire e guidare l’autorità giudiziaria. Il loro ruolo (il vostro ruolo) non può essere altro che la salvaguardia della élite economica e politica, i criteri su cui si basa la giustizia sono profondamente classisti e perciò la vostra violenza è indirizzata ai fuorilegge, ai poveri diavoli, immigrati e naturalmente a coloro che di fatto mettono in discussione la vostra autorità.

Dall’altro canto, la flessibilità delle vostre leggi vi sfugge di mano nei casi dei maggiori criminali, come nel recente caso del sindaco di Salonicco, Papageorgopoulos, che nonostante sia stato condannato a vita in primo grado per appropriazione indebita di 17,9 milioni di euro, dopo un anno la sentenza è stata “abbassata” a 12 anni. Dato che probabilmente i 17,9 milioni che questo signore ha sottratto ai cittadini di questo paese, rappresentano un crimine di scala molto più bassa in confronto agli immigrati che per un piccolo furto vengono condannati a 14-15 anni di carcere. E non posso non menzionare un altro esempio di come la giustizia è estremamente guidata e classista. Naturalmente, sto parlando della decisione del tribunale di Patrasso che ha assolto due dei quattro imputati per il caso della sparatoria a Manolada. Dove 35 immigrati vennero uccisi perché richiedevano i propri salari.

Sinceramente, che tipo di società voi vi immaginate e il bene comune di chi voi proteggete?
Quale beneficio sociale e valori voi proponete?

Vi immaginate una società avvolta nell’oscurità, tutta intimorita, che passivamente accetta la violenza dello Stato e del capitale, e voi come responsabili di questo.

Chi è stato condannato per i milioni di euro che l’autorità politica rubava dal denaro pubblico in tutti questi anni?

Chi è stato condannato per migliaia di persone portate al suicidio dalla crisi economica?

Chi è stato condannato per innumerevoli (cosiddetti “isolati”) episodi di tortura nelle stazioni di polizia?

NESSUNO!

Naturalmente, non sto dicendo che voi non svolgete bene il vostro lavoro, tutto il contrario! Questo è il vostro lavoro, di coprire i crimini quotidiani dello Stato. Anche qua, in questa aula abbiamo visto numerosi sbirri che con palese ed eccessiva tenacia coprivano i propri colleghi della questura di Veria per le torture avvenute nel suo interno. Il ossimoro del caso tuttavia non è il fatto che l’autorità nasconda qualcosa, ma il modo in cui la tortura viene presentata, come un seguito naturale di questa applicazione dell’autorità.

Inoltre, la pubblicazione delle nostre foto serviva proprio a questo scopo: da una parte la legittimazione etica della tortura e dall’altra la diffusione della paura attraverso un esempio per tutti coloro che scelgono di attaccare il sistema e le sue strutture. Stiamo parlando della “aponeurosi” della società nel suo complesso, un tentativo di annullare e assimilare ogni riflesso che ha causato.

Per dirla in un modo più semplice, lo Stato e il governo creano le condizioni di costrizione attraverso una legislazione estremamente fascista e speciali atti di contenuto normativo. Il più recente degli esempi è la legge sulle prigioni tipo-C, una legge sulle condizioni speciali di detenzione, cioè una tortura permanente che ristruttura il sistema penitenziario in base agli standard di oppressione generalizzata imposti dal capitale estero e nazionale, la più grande e la meglio organizzata organizzazione terrorista.

Per fare una sinossi, la vostra intenzione di servire la giustizia si esaurisce nel mantenimento della stabilità politica e le divisioni di classe, che sono legalmente create dal sistema capitalista.

Però, dato che stiamo parlando di terrorismo, passiamo alle accuse che questa vostra corte mi attribuisce.

Prima di tutto, l’organizzazione terrorista, l’articolo 187A del codice penale, o “commettere dei determinati reati in un dato modo o in data misura o in circostanze che potrebbero danneggiare gravemente un paese o un’organizzazione internazionale al fine di intimorire gravemente una popolazione o costringere un ente pubblico legale o un’organizzazione internazionale a compiere un atto o di astenersi da questo o danneggiare gravemente o distruggere le politiche costituzionali fondamentali, le strutture economiche di un paese o di un’organizzazione internazionale”. E’ importante notare questa qualificazione giuridica e soprattutto ciò che la legge in sé cerca.

In primo luogo, 187A è fondamentalmente un linguaggio, un aggiornamento del 187, relativo alle organizzazioni criminali. La natura della legge contiene una dualità molto importante, non tanto dal punto di vista tecnico-giuridico – che non mi riguarda comunque – quanto da un livello della flessibilità politica.

In sostanza, l’autorità giudiziaria, in collaborazione con lo Stato e il governo, segue il dogma selvaggio del neo-liberalismo ispirato dalla Thatcher che “non ci sono più classi, soli individui”. Quindi non c’è una lotta di classe, quindi non c’è il delitto politico, dato che lo Stato e la classe dirigente definiscono le modalità e i limiti del confronto politico entro la cornice della legalità. L’autorità, quindi, non può essere contrastata.

Perché, ovviamente, questa regressione o per essere esatti, l’equiparazione del delitto politico con il delitto comune significa la penalizzazione di ogni forma di resistenza, figuriamoci quando questa viene fatta con l’uso della violenza.

Abbiamo perciò un linguaggio, che oltre a discreditare la natura politica di ogni atto, mira anche al annullamento di ogni forma di resistenza. Una legge-ombrello il cui raggio si sta costantemente allargando, e recentemente abbiamo visto addirittura un intero villaggio in Skouries essere accusato con il 187A, inaugurando la tattica della persecuzione di massa nella cornice di una organizzazione terrorista, semplicemente perché queste persone si opponevano all’espansione maniacale del capitale.

Si tratta di una conseguenza naturale della crisi sistemica, l’autorità incanalerà la paura nella parte ribelle delle società, qualificando come terroristici sempre più e più atti, nella speranza di mantenere gli equilibri precari del sistema capitalista.

Nello stesso tempo, negli ultimi 5 anni, abbiamo assistito ad un potenziamento della politica repressiva. Le autorità giudiziarie, seguendo il dogma “Marini” e dovendo affrontare un movimento anarchico sempre più dinamico, hanno costruito una serie di accuse dal 2009, quando avevano trovato una bomba in una casa a Halandri. Così, una casa regolare è stata battezzata come covo ed è stato creato un “fresco” serbatoio di accuse. Ogni anarchico che ha lasciato le proprie impronte in questa casa era (e probabilmente rimane) un possibile terrorista, un teorema che il PM al processo contro i compagni Sarafoudis e Naxakis ha portato un passo avanti, sostenendo che basta essere anarchici per far parte anche delle CCF. Utilizzando quindi la formula di accusa, le autorità accusatorie ci hanno caricato di accuse, in cerca di una nostra lunga detenzione e di una punizione esemplare.

La vostra fiaba è carina, ma gli unici terroristi sono lo Stato e il capitale. Storicamente, dalla prima apparizione del terrorismo come analisi politica, questo si identifica con la violenza di Stato.

Il terrorismo è la trascendenza attraverso la violenza e il terrore. E coloro che si affrettano a condannare la violenza indistintamente da dove proviene, non possono percepire (o non si addice loro di percepire) la differenza inconfondibile tra la violenza primaria e secondaria.

Non illudiamoci, la violenza definisce il sistema, attraversa al livello quotidiano l’intera rete sociale. Finché ci sono persone che vivono in scatole di cartone, c’è violenza. Finché ci sono persone uccise in incidenti di lavoro e pochi che si arricchiscono, c’è violenza. Finché c’è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, c’è violenza.

Perché la violenza è stata da sempre un ingrediente strutturale di base del sistema capitalista, si riproduce quotidianamente in vari modi e presenta molteplici destinatari.

E’ un dato di fatto però che c’è una violenza primaria esercitata dall’autorità e si esprime nel modo più feroce, sistematicamente, attraverso il vampirismo economico sulla maggior parte della società, per alimentare con milioni il sistema bancario collassante. Attraverso il lavoro che invece di essere un modo in cui ognuno esprime la propria creatività e soddisfa i propri bisogni, è più una punizione dove le persone sono costrette a lavorare come degli schiavi nelle moderne galere del capitalismo, attraverso un oppressione perversa contro la parte della società in lotta, attraverso 1,5 milioni di disoccupati che sono indirettamente condannati ad una forma di morte lenta.

Centinaia di modi d’espressione di questa violenza – terrorismo di Stato – centinaia di esempi anche, e non c’è motivo di parlarne ulteriormente. Il fatto è che dal terrorismo di Stato – che si rivendica il monopolio della violenza – erompe anche l’unica violenza giusta, la contro-violenza rivoluzionaria. Perché anche se combattiamo per un mondo senza violenza, fatto di solidarietà e libertà, sappiamo benissimo che i privilegiati non rinunceranno volontariamente alla loro autorità, senza l’uso della violenza.

Contro la violenza noi promuoviamo la violenza, contro la forza, forza ad ogni costo. Anche a costo della nostra stessa libertà o vita. Al fine di salvare le nostre vite dobbiamo essere pronti a perderle. La violenza rivoluzionaria non ha, dunque, nulla a che fare con l’uso del terrore. Il terrore era, è e sarà lo strumento della classe dominante per far rispettare se stessa.

La differenza inconfondibile della contro-violenza rivoluzionaria dal terrorismo di Stato è riassunta nelle parole di Malatesta: “Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle nelle piazze,io preferirei perdere”.

Nonostante il fatto che anche noi siamo parte di questo mondo corrotto e alienato, e inevitabilmente ce lo portiamo dietro, portiamo anche la necessità della rivoluzione. Combattiamo per un futuro libero che, nel bene o nel male, possiamo vedere solo attraverso il prisma del presente. E al fine di attrezzare la nostra lotta nel presente, l’espropriazione è una necessità rivoluzionaria.

Prima di tutto, per liberare il tempo delle nostre vite, per non essere intrappolati nella rete della schiavitù salariale.

Ma soprattutto per finanziare la lotta anarchica più ampia, in ogni suo aspetto. E la lotta anarchica è un percorso verso l’emancipazione totale dell’essere umano. Un percorso verso la distruzione di ogni istituzione che schiaccia l’esistenza umana.

L’espropriazione delle banche era, è e rimarrà una scelta diacronica dei movimenti rivoluzionari, un atto di rivolta contro la roccaforte del capitalismo. Naturalmente, non ci illudiamo che una rapina danneggi la banca, per non parlare dell’intero sistema bancario. In ogni caso, si tratta di un atto rivoluzionario, di una crepa nell’onnipotenza dello Stato e del capitale. Non, ovviamente, per definizione rivoluzionario, ma sempre connesso al soggetto che definisce le caratteristiche specifiche di questo atto.

Voi parlate della rapina in termini di organizzazione terrorista, lasciatemi quindi chiarire che non sono mai stato membro di un’organizzazione, ma solo un anarchico.

Ho fatto la rapina come anarchico, quindi questo era un atto cosciente di resistenza, uno strumento necessario per l’autofinanziamento della mia vita e della lotta. Una scelta che farei di nuovo e che ancora supporto, dato che le ragioni e i motivi che mi hanno portato a questa scelta sono nella natura del capitalismo, le relazioni di sfruttamento e di oppressione.

E, ovvio, quando parliamo della rapina nel contesto della lotta anarchica, parliamo di bersagli specifici e caratteristiche specifiche durante di essa. Ad esempio, il nostro bersaglio non potrebbe essere il 44,3% della popolazione del paese che è indebitata con le banche ed è portata a liquidazioni forzate per sopravvivere e per salvare le proprie case.

Noi, contrariamente al meccanismo di Stato, non “tassiamo” le classi sociali più basse, i poveri e i disoccupati, coloro che nulla possiedono. Noi espropriamo i luoghi dove il denaro dello Stato (e non solo suo) è sovra-accumulato, i nostri bersagli sono coloro che hanno rubato 37,7 milioni di euro dalla società per “salvare” il sistema bancario. I nostri bersagli sono il 5% delle maggiori famiglie in Grecia, che per anni opprimono gli strati sociali più bassi del paese.

Quando abbiamo scelto la rapina, quindi, abbiamo scelto uno strumento rivoluzionario, un atto di lotta, e come ogni azione rivoluzionaria è organizzata ed eseguita sull’etica del soggetto. Un’etica completamente differente da quella che il sistema impone. Un’etica nel senso delle proposte anarchiche.

Perciò, proprio perché il nostro bersaglio è specifico, proprio come i nostri obiettivi, abbiamo scelto di armarci e difendere la nostra libertà, di affrontare le guardie armate e spietate del capitale, i delegati dell’ordine e della sicurezza.

Naturalmente, come anarchici noi siamo completamente contrari alla percezione statale del “danno collaterale”. Questo è un termine usato dal dominio per coprire i suoi crimini più orribili e ripugnanti. Per questo motivo durante la rapina non puntiamo le armi su ognuno, le puntiamo all’espropriazione del denaro e all’esecuzione necessaria richiesta dal nostro atto. Nonostante tutto ciò, la stessa cosa non vale per coloro che vogliono privarci della nostra libertà.

In questo caso ci siamo trovati in una situazione particolare durante il nostro inseguimento. La nostra scelta di rubare la macchina di un guidatore casuale che abbiamo trovato sulla nostra strada, ha aggiunto un fattore che va al di là di noi. Abbiamo scelto di impedire al conducente di chiamare la polizia per denunciare il furto della macchina, e l’unico modo era di portarlo con noi per il tempo necessario ai nostri compagni per la fuga.

Il dilemma in cui ci siamo trovati quando è iniziata la caccia, era dare una risposta a noi stessi, esclusivamente e definitivamente non guidata da un umanitarismo acritico, ma dal nostro codice personale di valori. Pertanto, non siamo stati disarmati dagli sbirri, non darò loro la soddisfazione di elevare il lavoro della polizia, nuovamente. Qualunque cosa sia successa era chiaramente una nostra scelta, una decisione di disimpegno, basata sui nostri criteri personali, considerando tutti i fattori creatisi.

Credete, dunque, che queste scelte sono nella giurisdizione di un tribunale per giudicare, valutare o solamente affrontarli oggettivamente? Naturalmente no, proprio perché si tratta di scelte che fanno parte di una lotta più ampia, che ci troviamo di fronte. E sto parlando del totale delle scelte, non solo nel momento dell’inseguimento.

Molto è stato detto durante questo processo, e spesso avete tentato di presentare una facciata più “democratica”, che dà spazio al pluralismo delle opinioni, che voi presumete di comprendere quello che sosteniamo e promuoviamo. O che voi non eseguite gli ordini, che non siete gli esecutori rappresentativi del sistema. Che le decisioni non sono preordinate e che il vostro lavoro è applicare “la legge alla lettera”. In verità, però, dove esattamente voi applicate “la legge alla lettera”, dato che nessuna legge ha un unico significato evidente?

In sostanza, quindi, non vi è quasi nessun caso di deroga all’autorità giudiziaria dalla politica statale. Anche nei casi dove il fattore umano prevale o in caso dove c’è un po’ di attivismo giudiziario, o l’iniziativa sarà assimilata dal sistema stesso o l’attivismo giudiziario sarà il cambiamento della politica statale, ma non l’opposizione al meccanismo statale. Inoltre, la vostra diretta implicazione in questo coscientemente vi lega anche ad un livello politico. Qualcosa che, ovvio, non può essere nascosto, arriva alla superficie quando la stabilità e la facciata democratica del sistema sono minacciate. Come ad esempio, l’esemplare devozione del “presidente” di dettare sistematicamente le risposte agli sbirri, mirate a tirarli fuori da una posizione difficile che esporrebbe i loro colleghi.

Di conseguenza, voi siete i complici di numerosi crimini del terrorismo di Stato, co-responsabili della disperata situazione che sperimentiamo ogni giorno. I devoti difensori di un sistema di sfruttamento e di decadenza. Assassini con le mani sporche di sangue di tutti quei momenti liberi e disobbedienti. Rami “sull’albero” dell’autorità e della corruzione, siete obbligati a lavare via il sangue per alleggerire le vostre coscienze. Però, la vanità della vostra esistenza impone più sangue per lavare via quello precedente. E, naturalmente, una presunta indulgenza non si scontra con il vostro ruolo ripugnante. Le nostre decise convinzioni e numerose accuse di cui ci avete caricati, vi lasciano spazio per la “sensibilità” democratica.

Lo stato d’emergenza che stiamo sperimentando si basa sull’ipnosi della società, e continuerà ad esistere finché la paura continuerà a prevalere sulla militanza. Lo Stato e il capitale richiedono passività, l’unico modo per sopravvivere senza diventare bersaglio di una oppressione perversa è semplicemente chiudere gli occhi e lasciare andare la vita, lasciare che la Storia si scriva senza la minima modifica.

Un letargo in un profondo e infinito “inverno”. “L’inverno” dell’autorità e dello sfruttamento. “L’inverno” fatto di terrore, violenza, Stato, forze di oppressione, leggi, giudici e capitalismo. E ancora, in questo “inverno” costante ci sono alcuni che sfidano l’oscurità dei tempi e l’indubbia superiorità del sistema, e combattono per la “primavera” del domani. Portano con sé l’ostinazione della primavera che sempre vince nella battaglia contro l’inverno. Tutte queste persone sono state guidate da una cosa in comune, non sono mai state soddisfatte da quello che gli è stato dato a presunte mani aperte.

Loro si uniscono contro i dettati etici del tempo e compiono il passo verso l’impossibile. Il passo verso l’ignoto, ma nello stesso tempo eccitante, proprio perché ignoto.

Loro si lanciarono nella lotta innanzitutto per cambiare sé stessi, ma anche nella speranza di diffondere la lotta in tutta la società. Sono tutte queste persone che hanno rifiutato le costrizioni dell’autorità e dello sfruttamento, che nel tempo hanno combattuto anche dando le proprie vite per il sogno della rivoluzione.

Persone che si sono innamorate dell’Idea di sovversione e della necessità di distruzione della civiltà di miseria fortificata. Fortificata dietro i momenti di oppressione, dietro la paura diffusa, dietro i continui “omicidi” dei desideri disobbedienti.

Il viaggio è iniziato secoli fa, un sentiero battuto da centinaia di persone nel corso della Storia. Un percorso vero l’emancipazione dell’essere umano. Un percorso verso l’Utopia, verso la libertà e l’anarchia. E ogni passo verso questa direzione – piccolo o grande – porta il peso della storia di tutte queste persone. Ogni passo è un momento di lotta sul sentiero verso la rivoluzione.

Noi in cambio promettiamo che non tradiremo mai la lotta, che non dimenticheremo mai la bellezza di questo viaggio.

Mi dichiaro perciò un anarchico impenitente, parte di una lotta che porta le caratteristiche di ogni combattente, una lotta con varie tendenze, ma con un stesso obiettivo, la rivoluzione.

E se una cosa è sicura, è che nulla è finito, adesso più che mai dobbiamo continuare e intensificare la lotta, essere la prospettiva rivoluzionaria per il definitivo rovesciamento del capitalismo.

TUTTO PER LA LIBERTA’, FINO ALLA RIVOLUZIONE E L’ANARCHIA

A. D. Bourzoukos