Nota: Pubblichiamo questo testo di Radioazione sia perché ne condividiamo il merito, sia perché pensiamo che in esso vi siano molti spunti di riflessione decisamente interessanti.

Questo non è un testo di critica all’autocritica dei compagni delle CCF, intitolata “De Profundis”. Non attendono me lunghi decenni di carcere e quindi non sta a me giudicare i metodi usati dai compagni per riottenere la libertà e tornare sui sentieri di lotta della guerriglia urbana anarchica.
Questo testo vorrebbe solo fermare per un istante il flusso costante di informazioni, o meglio dire contro-informazioni, per una riflessione autocritica. Dato che mi sembra, gestendo io stessa un sito di controinformazione, che spesso si sorvoli sulla critica dei testi che vengono pubblicati/letti, quasi come fossimo delle agenzie stampa.

Per non inoltrarmi troppo nel passato (perché esempi simili non sono di data recente), inizierei forse con un argomento meno spinoso, quando lessi in una rivendicazione, datata 12-19/01, proveniente dalla Grecia, la citazione di un boss mafioso. Non entro nella scelta delle amicizie personali e non mi riferisco alle etichette imposte dal sistema (come ad esempio “criminali”), ma supponendo che l’attività mafiosa non sia poi così tanto differente sul suolo della Grecia o dell’ex Iugoslavia o dell’Italia, supponendo altresì che tutti più o meno conosciamo il suo carattere organizzativo e politico-economico, va oltre la mia comprensione anarchica la necessità di inserire nel contesto della lotta/azione anarchica un simile personaggio. O forse sono le amicizie personali che ormai trasformano ognuno in compagno di lotta?

E così compagno è diventato anche Ch. Xiros, membro di un’organizzazione comunista. Certo, adesso che è stato pubblicamente dichiarato che si tratta di un infame (piccola parentesi: come è possibile che fino ad oggi non è stata pubblicata questa informazione, in questo mondo di contro-informazione veloce?) molti si affrettano a sottolineare che non gli avevano espresso solidarietà in passato (e quelli che l’hanno fatto, tacciono).

Ma se non si trattasse di un delatore, un comunista sarebbe il compagno degli anarchici, una persona con cui solidarizzare e sostenerla?

Io, da parte mia, non mi sono fatta dei problemi, quando riportai la notizia del fallito piano di fuga delle CCF, ad aggiungere che RadioAzione Croazia non esprimera’ mai la solidarietà ad un comunista.

O forse ormai basta prendere un fucile in mano per considerarci compagni?
Guerriglieri di tutto il mondo unitevi?
Uniti nella lotta per la rivoluzione internazionale?
Resistenza curda, palestinese, basca, guerriglieri latino-americani di ogni sorta, RAF, Action Directe…
Viva la lotta armata di per sé?

In che altro modo potrei allora spiegarmi i nomi delle cellule della Federazione Anarchica Informale (sottolineo “anarchica” e “informale”!) dedicate, ad esempio, alla Meinhof delle RAF o a Jorge Saldivia del cileno Fronte Patriottico Manuel Rodriguez?
Mi chiedo come mai i compagni, non solo quelli che si firmano con i nomi dei membri di queste organizzazioni, o quelli che si richiamano ad essi nei loro testi, ma anche quelli che pubblicano/leggono queste notizie, non ci trovano nulla di contraddittorio?

Forse perché, scusate la mia ignoranza, è stato creato un fronte comune anarchico-comunista?
Forse perché abbiamo dei punti in comune che ci uniscono nella lotta? Lo scopo finale?
Perché la Storia bisogna che si ripeta per imparare finalmente la differenza tra un’ideologia autoritaria e un’idea anarchica che mira alla distruzione totale dell’esistente?
Ma se la differenza tra le due è così abissale (almeno nella mia concezione dell’anarchia lo è), non dovrebbe rispecchiarsi anche nella pratica?
O forse ci siamo scordati che questi guerriglieri comunisti nei territori dove hanno avuto più “fortuna”, hanno contribuito alla costruzione di uno Stato comunista.?
E come posso io, anarchica, allora, richiamarmi, solidarizzare con persone la cui ideologia ha perseguitato, torturato e assassinato gli anarchici?
Oggi fianco a fianco di fronte al nemico comune (?). Domani di fronte ai tribunali popolari. Oggi insieme come “prigionieri politici”. Domani nelle galere popolari.

Cosa poi questa espressione “prigionieri politici”, frequente negli ambienti anarchici, significa?
Forse per differenziarsi dagli altri detenuti comuni, che sono in galera per i loro atti e non per le loro idee?

Ma anche i fasci/⁠nazi e gli islamisti sono detenuti per le loro idee.

Però, sostenendo io i miei compagni anarchici detenuti per l’affinità con le loro idee, come potrei solidarizzare con i “prigionieri politici” in generale, le cui idee per me rappresentano il nemico?

Sì, per il mio Io individualista-anarchico i comunisti (e loro affini), antiautoritari, antifascisti (perché non mi dichiaro né antiautoritaria né antifascista, perché “anarchico” racchiude in sé tutti questi e altri “anti”, e chi sente la necessità di etichettarsi con questi mezzi termini è ovvio che l’anarchica gli sta troppo libera), sono gli stessi nemici come i fasci/nazi, democratici, religiosi ecc., come tutto quello che rappresenta un ostacolo alla realizzazione delle mie idee, della mia vita libera.

E tutti questi comunisti, fasci/nazi, religiosi, democratici ecc. hanno un unico nemico in comune: l’anarchico.

Quindi, o esprimo la mia solidarietà a tutti i prigionieri in generale, per l’ovvio motivo che si trovano rinchiusi nel carcere, o solo ai detenuti anarchici affini.
Ma mai ai “prigionieri politici”.

E poi, non sono proprio gli anarchici contrari alle etichette, sia fuori che dentro il carcere?
Una cosa ovvia e scontata (?): non è l’azione in sé che mi rende affine a qualcuno, ma il pensiero che muove questa azione.
Altrimenti la prossima azione potremo firmarla come cellula “Margherita Cagol”/FAI.

RadioAzione [Croazia], febbraio 2015