Premessa: sono imputato nel “processone NoTav” di Torino per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio, e  per altri procedimenti a mio carico sono sottoposto a obbligo di firma e di dimora a Milano. Pertanto ogni qualvolta ritengo opportuno presenziare alle udienze nell’aula bunker delle Vallette sono costretto a richiedere l’autorizzazione a lasciare il comune di residenza.

Sabato 23 novembre sono andato a firmare al commissariato di zona. In questa circostanza un agente mi consegna l’autorizzazione di cui sopra, graffettata insieme a un invito, emesso dalla Digos di Milano, a presentarmi in questura per il successivo mercoledì. La cosa non mi stupisce, dal momento che anche in passato alla mia richiesta era seguita analoga convocazione.

La mattina di mercoledì 27 novembre mi reco quindi in via Fatebenefratelli, dove vengo accolto da due noti operanti della Digos meneghina; diversamente dal solito però la pratica non viene sbrigata in portineria e sono invitato a salire in ufficio. Già nei corridoi mi viene chiesto se sono accompagnato da un difensore. Rispondo: “Devo chiamarlo?” – “No, assolutamente, non c’è problema”. Giunti al quarto piano, mi introducono in un ufficio dove mi presentano due loro “colleghi di Torino”; infine con la scusa di “non disturbarci” si allontanano e mi lasciano con i due: “Sa perché la abbiamo convocata?” – “Certo, per notificarmi l’autorizzazione a lasciare la città” – “No! È per un altro motivo”.

Tale motivo risulta essere una raccolta di “sommarie informazioni” con un generico riferimento a del materiale sequestratomi nell’agosto 2011 in località Chiomonte, sequestro che sta alla base del mio coinvolgimento nel processo di Torino (per inciso trattasi di maschera da verniciatore, occhialini da piscina, guanti da saldatura e materiale cartaceo, sia stampato che manoscritto). Ribatto che mi rifiuto di rispondere a un interrogatorio, tanto più in assenza del mio difensore; ne segue un diverbio sulla necessità o meno di tale presenza, che si conclude con un mio categorico rifiuto a qualsivoglia tipo di colloquio. Eccepisco l’irregolarità dell’essere stato convocato in questura per ritirare un’autorizzazione e di trovarmi invece di fronte alla richiesta di rilasciare “sommarie informazioni”. La situazione si risolve con la compilazione di un verbale di cui non mi viene data lettura. Mi rifiuto di firmarlo e non ne ottengo copia, nonostante mie insistite richieste.

Questi i fatti.

Al riguardo, tre brevi evidenze:

–      la grave irregolarità della procedura: essendo già a dibattimento il processo che mi vede imputato, non posso essere interrogato da funzionari di polizia per i medesimi fatti;

–      il maldestro sotterfugio di convocare qualcuno in questura per “provare” a interrogarlo a sorpresa

–      presenze aliene (i “colleghi di Torino”) sono in missione a Milano. Per fare che?

 

Senza sovraccaricare di importanza questo episodio, ho deciso di renderlo pubblico, non tanto per denunciare l’irregolarità del fare questurino, ma per mettere in guardia rispetto a simili tentativi di abboccamento.

Uno dei tanti