Roma – Suicidio nel cie di Ponte Galeria

Roma, 7 mag. – (Adnkronos) – ”Alle 6.45 di oggi il medico della Cri in
servizio presso il Cie di Ponte Galeria, chiamato d’urgenza dalle
nostre operatrici, non ha potuto far altro che constatare la morte di
M.M., una cittadina tunisina di 49 anni ospite del Centro dallo scorso
24 aprile. Il decesso e’ avvenuto per suicidio". Lo ha dichiarato il
Direttore del Comitato Provinciale di Roma delle Croce Rossa Italiana,
Claudio Iocchi.

Dalle gabbie dell’impero

Napoli – a Poggioreale detenuto si suicida; nel 2009 è il quarto

Comunicato stampa, 5 maggio 2009
Si è tolto la vita Gennaro I., 41 anni, il primo maggio, nel carcere napoletano di Poggioreale. È il quarto suicidio nel corso del 2009 in questo istituto, il sesto nella regione. "In poco più di quattro mesi – ha dichiarato Dario Stefano Dell’Aquila portavoce di Antigone Campania – abbiamo superato il numero di suicidi (5) dell’intero 2008.
È una tragedia prevedibile. Il sistema penitenziario della Campania conta 7.425 presenze a fronte di una capienza di 5.348 posti.
Poggioreale, che ha una capienza ufficiale di 1.387 posti e che registra oltre 2.500 presenze, è solo il simbolo più evidente di un sistema in forte crisi che progressivamente da un lato perde risorse e dall’altro vede incrementare la presenza di detenuti." "Di fronte – conclude Dell’Aquila – a questo scenario bisogna intervenire subito.
Rinviare la soluzione dei problemi al piano di edilizia penitenziaria significa rassegnarsi a lasciare le cose così come sono".

Livorno – 21enne si impicca in carcere | Aggiornato

Ion, si è tolto la vita dopo poche ore dal suo ingresso in carcere. Vergate su dei fazzoletti con una forchetta, unico strumento a sua disposizione, gli ultimi messaggi prima di impiccarsi:"Sono innocente" e altri in lingua rumena.
L’autopsia del corpo è stata affidata al dott. Bassi Luciani, ancora in condizioni di esercitare la professione di squarta morti dopo aver falsificato la prima verifica sul corpo di Marcello Lonzi, indicandone la morte naturale e un paio di costole rotte. Maggiori informazioni in questo articolo del Corriere di Livorno.

Fonte: Liberazione, 3 maggio 2009

Un detenuto romeno di 21 anni si è suicidato impiccandosi nella sua cella nel carcere delle Sughere, a Livorno, venerdì sera intorno alle 21. Non sono ancora chiari i motivi che avrebbero spinto il giovane a compiere il gesto: sull’episodio sta indagando la squadra mobile della questura di Livorno. Ion Vassiliu, questo il nome del ragazzo, era stato arrestato il pomeriggio di giovedì per una presunta violenza sessuale ai danni della sua ragazza. Dopo alcune settimane di indagini
gli agenti lo avevano arrestato nei giorni scorsi in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere richiesta dalla procura di Livorno e accolta dal Gip dopo le denunce della fidanzata.
Il giovane era rinchiuso in una cella singola e si è ucciso nel bagno con un cappio al collo fatto con le lenzuola. A fare la macabra scoperta è stato un agente della polizia penitenziaria durante un normale giro di controllo nella sezione penale dove era rinchiuso. Non vedendo l’uomo all’interno della cella, ha aperto ed è entrato trovandolo già privo di vita in bagno. Non si conoscono i motivi che hanno spinto il detenuto a compiere il gesto, nè trapelano altri particolari sull’accusa di violenza sessuale che lo aveva portato in carcere. Sul caso indaga la squadra mobile della questura livornese. La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo di inchiesta con «atti relativi per far luce sull’accaduto». Il pm di turno, Antonella Tenerani, ha inoltre disposto l’autopsia della salma. Il ragazzo aveva un precedente per un piccolo furto per il quale aveva scontato 2 mesi e 20 giorni di arresti domiciliari.
L’ennesimo suicidio in carcere, peraltro di un giovanissimo, viene reso noto nel giorno in cui il ministro della giustizia Angelino Alfano ricorda che sono una sessantina i bambini da 0 a 3 anni che vivono in carcere con le loro mamme detenute. […]

 

Cile – Consulenze italiane contro gli anarchici cileni?

Da una e-mail inviata anonimamente, il 5 maggio ’09, al sito Hommodolars, s’informa della consulenza che alcuni sbirri italiani starebbero prestando alla repressione contro gli anarchici cileni e le decine di azioni esplosive e incendiarie che si susseguono in quel paese, azioni ancora addebitate ad ignoti. Repressori italiani sono stati negli anni scorsi in Argentina, dove hanno pedinato e fotografato i compagni più attivi, come dimostrato dal libro di un docente di criminologia de L’Aquila. Gli stessi repressori, tra i quali personaggi di spicco dell’antiterrorismo nazionale, sono stati nell’ottobre del 2008 nel carcere di Aachen (Germania) per interrogare Gabriel Pombo Da Silva sui suoi contatti con i compagni anarchici italiani. Oltre ad augurarci altri meravigliosi disastri aerei, come quello che ha colpito il capo dei carabineros cileni a Panama, non possiamo che salutare con gioia ogni scoppio di felicità che proviene dall’esplosivo movimento anarchico cileno.
 Archivio Severino Di Giovanni

 

Sul bisogno di stare attenti: la strategia poliziesca cilena ed i suoi legami con la razzia repressiva italiana

e-mail anonima invita a Hommodolars il 5 maggio 2009

Non è una novità per noi, o meglio non dovrebbe, il fatto che i gruppi d’intelligence delle polizie dei diversi stati siano strettamente collegati tra di loro e che lavorino insieme non solo per scambiarsi informazioni specifiche, ma con l’idea di apprendere i diversi meccanismi e strumenti di repressione, sia ideologici, che tecnologici e legali.

E’ in tal senso che dobbiamo stare attenti ed informare che la polizia cilena sta ricevendo il sostegno, tra gli altri, da parte degli organismi d’intelligence della polizia italiana, così come è noto che qualche subordinato del magistrato Marini è stato in Cile. Non sappiamo da quando, ma può essere da sempre (non è un caso che in Italia gli sbirri si chiamino carabinieri). Questa consulenza viene fornita per le indagini relative agli oltre 90 attacchi alle istituzioni del potere degli ultimi anni, rivendicate da anarchici. La polizia cilena è disperata per non riuscire a mostrare risultati.

Il perché della consulenza della polizia italiana ha a che vedere con la razzia repressiva attuata da quegli sbirri nei cosiddetti “caso Marini” (1994) e “caso Cervantes” (2004).

Nel “caso Marini”, tra le altre, le accuse sono state suddivise in “associazione sovversiva”, “banda armata” e “ricettazione”. Ciò ha permesso che la razzia repressiva raggiungesse non solo coloro che ipoteticamente avevano effettuato i diversi attacchi al capitale, ma anche coloro che sono stati considerati come “rete d’appoggio”. S’è così configurata l’esistenza di una “organizzazione” con due livelli: “il primo livello aperto e pubblico, rappresentato dall’attività politica nell’ambito del movimento, dai dibattiti nei denominati centri sociali occupati, alle manifestazioni, le pubblicazioni e gli incontri”; ed un secondo livello “compartimentato ed occulto, la cui finalità è la commissione di attività illegali come attentati, rapine, sequestri di persona ed altri delitti…”.

Lo “stato italiano ha scatenato una operazione di razzia su quegli anarchici arcinoti per la continua attività durante anni. L’etichetta di colpevole è stata affibbiata a diversi compagni che già avevano pendenze giudiziarie.”

I dettagli giuridico-polizieschi in ambo i casi sarebbero piuttosto lunghi da narrare, oltre ad essere noiosi, ma in sintesi è importante sapere che hanno provocato un alto numero di perquisizioni e di arresti. L’intenzione era quella di costruire nella società l’immagine di una organizzazione anarchica insurrezionale, giustificando una “operazione punitiva, intimidatoria, non solo contro gli anarchici, ma contro tutti quelli che cercano di vedere oltre il pensiero unico e la domesticazione quotidiana. Chi si oppone al sistema è perquisito, schedato e può persino essere arrestato con accuse esorbitanti. Punire alcuni, quelli che sono a portata di mano, a qualsiasi costo, con la vana speranza che magari il resto apprenda. Tutto ciò sta a dimostrare che lo Stato/Capitale si fonda sulla diffusione del terrore e della paura; più in là della monotonia quotidiana non ci può essere nulla, solo la punizione per chi osa guardare oltre…”.

Riteniamo sia necessario che circoli quest’informazione e che sia conosciuta. Sappiamo già che la “nostra” ignoranza è una delle armi che hanno i potenti per mantenerci sotto il giogo. L’idea non è quella di cadere in una paranoia immobilizzante, in una specie di psicosi collettiva (anche se i codardi ci sono sempre stati), questo è quel che essi vogliono. Bisogna stare attenti, capire i chiari messaggi inviati dalla polizia per mezzo del suo storico alleato: la stampa. Sarebbe immorale (come minimo) che un anarchico, un sovversivo o un rivoluzionario si smarcasse da tutta questa storia. Ciascuno deve sapere bene sul lato della barricata in cui stare.

“…Per noi non ci sono colpevoli né innocenti, queste distinzioni sono valide solo per quelli che hanno assimilato i ‘valori’ del dominio capitalista…”