Archive for Aprile, 2008

Questo il testo del volantino, in merito allo sgombero da parte del comune dello spazio liberato Breda est, che stiamo attacchinando/facendo girare da ieri:
 
Il 28 Aprile, su ordine del cofferati Bonsai sindaco di Pistoia, R.B. di
anni 51, è stato sgomberato l’unico spazio pistoiese realmente libero
da logiche di mercato, dinamiche politicomafiose, speculazioni varie e
problemi di parcheggio.
In quel di via Pacinotti numero 9, è tornata a pulsare di vita l’unica
palazzina della ex san Giorgio sopravvissuta alla svendita dei beni
pubblici da parte dell’amministrazione, testimone silente, per anni,
della lenta morte di tanti lavoratori uccisi dal profitto e
dall’indifferenza kafkiana del potere.
In appena una settimana tra quelle mura annerite dalla fuliggine si
sono avvicendate più di 800 persone, si sono intrecciate esistenze,
sono state condivise esperienze, si sono create complicità, in poche
parole lo spazio condiviso ha assunto una dimensione pubblica ed
autogestita in cui tutti –chi per un’ora, chi per una sera, chi per una
settimana- hanno potuto dare il proprio apporto seguendo le proprie
inclinazioni.
In pochi, pochissimi giorni quello spazio, e i corpi che lo hanno
riempito, sono riusciti ad abbattere quel muro di Apatia che decenni di
politica di speculazione edilizia e di svendita di spazi pubblici a
affaristi di ogni fatta -vedi la cementificazione selvaggia di viale
Adua o piazza della sala, prima luogo di socialità, ora luogo di
consumo- avevano costruito.
Adducendo come scusa l’inagibilità della palazzina e come paravento il
rispetto delle norme (ampiamente adattabili a connivenze politiche e
convenienze di portafoglio), in nome del sindaco Re si è deciso di
arrestare preventivamente un’esperienza che, in quanto slegata da
vincoli di profitto e da false convenzioni sociali, risultava
potenzialmente pericolosa per il potere, per sua natura reazionario e
immobilista.
Il bastone e la carota, tecnica e teoria del buon governo…
Chi vuole abboccare!?
L’amministrazione promette ora magnanimamente la concessione di uno
spazio conforme alle direttive vigenti, nei termini delle norme di
sicurezza; per noi stupidi: facilmente monitorabile, controllabile,
ricattabile, strumentalizzabile.
Capiscano lor signori, che il valore di uno spazio non è legato solo
alla capienza dei suoi vani, ma anche –e soprattutto- alle idee che li
abitano, che non è possibile rinchiudere in un deposito giudiziario.
Nonostante i vostri musi lunghi, nonostante i vostri abiti grigi…la primavera è comunque arrivata…ora vi aspetta l’estate…
(non) è solo l’inizio…
Quando vogliamo, dove vogliamo.
Stamattina è stato sgomberato lo spazio liberato Breda est di Pistoia…presto nuovi aggiornamenti.

Una decina di giovani ha attaccato con
bottiglie molotov i poliziotti a guardia della sede del PASOK (partito
socialista greco). La polizia ha disperso gli aggressori con lancio di
lacrimogeni e non si registrano feriti. I giovani sono riusciti a
dileguarsi senza che fosse eseguito alcun arresto.

fonte: ekathimerini.com

La Corte di cassazione ha confermato ieri il carcere (preventivo!) per Michele e gli arresti domiciliari per Andrea e Dario.
Continua, pertanto, l’ignobile persecuzione contro i compagni di Spoleto colpevoli soltanto delle proprie idee.
MICHELE E’ IN CARCERE, IN REGIME EIV, DA OLTRE 6 MESI!

Gridiamo con forza la nostra protesta, diciamo ancora una volta, a voce
alta:BASTA CON QUESTA GIUSTIZIA BORGHESE, TELECOMANDATA E FAZIOSA!
I corrotti, i ladri di stato non fanno un giorno di carcere, i compagni
vengono sequestrati per mesi, per anni, con assurde accuse di
terrorismo partorite dalla mente malata del criminale Ganzer e degli
altri cani da guardia del sistema.

In queste ore è in corso a Spoleto, a piazza Garibaldi, una
manifestazione di protesta e di solidarietà con Michele e gli altri
compagni.
La solidarietà è la nostra unica arma: usiamola sempre piu’ intensamente!
MICHELE LIBERO, LIBERI TUTTI!

Scriviamo a Michele, facciamogli sentire il nostro affetto e la nostra vicinanza:
MICHELE FABIANI
Casa di reclusione
Via Lamaccio, 21 – 67039 SULMONA (AQ)

Scusate lo stile sdrucito, la stanchezza però e molta…e pure l’incazzatura.

Sabato mattina, in molti, abbiamo liberato uno spazio sociale a Pistoia, cosa che in città non accadeva da circa 20 anni.
Da quel Sabato sembra passato un secolo. Già da domenica qualcuno paventava la possibilità di scendere a contrattazione con il comune per la concessione dello spazio…ieri poi, l’ultimo atto della farsa…alcuni si sono recati dal sindaco a contrattare…l’abbandono dell’occupazione!!!!! In cambio di uno spazio non ben precisato del quale entrare in possesso due giorni dopo la RITIRATA; la sera la discussione e stata estenuante, c’era chi, fregandosene di sindaci, assessori e quant’altro proponeva di tenersi il posto che ci eravamo presi, altri invece, erano risoluti ad accettare il compromesso col potere…questo è stato deciso, nonostante l’opposizione di una decina di individualità (“Anarchici del cazzo,  sempre a rompere i coglioni” avrà pensato qualcuno dei festanti concertatori). Questi i fatti, ora due considerazioni: Per prima cosa ritengo inconciliabile con ogni dettato del buon senso prendersi rischi e denunce per occupare uno stabile da abbandonare subito dopo…mi sembra alquanto ridicolo; in seconda battuta mi sembra altresì singolare dichiararsi strenui difensori dell’autorganizzazione e poi rendersi ossequiosi alle richieste del sindaco di turno; mi sembra risibile denunciare l’illegittimità di un potere che è nella sua faccia migliore osceno, controllore, intimidatore, repressore e quant’altro, fermo restando che poi…quando il padrone chiama il cagnetto abbassa la coda…Io alla luce di questi fatti non gioco più (e come me molti altri), non posso accettare né di avere un qualsiasi tipo di dialogo con il rappresentante di un’istituzione che non riconosco; è inconcepibile che mi si chieda di partecipare ad una doppia legittimazione del potere…perché di questo si tratta: accettando di uscire così come si era entrati non si fa altro che legittimare l’amministrazione comunale che è riuscita a sgomberare un’occupazione senza nemmeno inviare un vigile…e la si legittima due volte perché qualche giorno dopo gli si da la possibilità di dimostrare tutta la sua magnanimità concedendo uno spazio ai “poveri” sgomberati, dimostrando una certa sensibilità nei confronti delle ragioni di tutti.
Di tutto ciò non accetto niente, né il potere, né chi gli bacia le pantofole…Magari domani cambierà nuovamente tutto; non mi riguarda…per il futuro non credano però lor signori (politici e politicanti) di stare tranquilli, di spazi vuoti ce ne sono tanti…e basta riempirli…alla prossima, in un posto qualsiasi, là, in città.

  Evjenji Vasil’ev Bazarov
Nel tardo pomeriggio di ieri il sindaco ha firmato l’ordinanza di sgombero
dell’occupazione di via Pacinotti…noi intanto rispondiamo con una due
giorni di mobilitazione sia all’interno dello spazio liberato Breda Est,
che per le vie della città…contro il logorio della vita
moderna…occupa!
Questo il programma:
Martedì 22 Aprile ore 21: assemblea cittadina per un uso pubblico e
collettivo della città, contro la rendita fondiaria e l’uso speculativo
degli spazi, contro la mercificazione e la cementificazione di Pistoia,
contro tutte le nocività;
Mercoledì 23 Aprile: ore 18, sit-IN-FESTAnte in piazza duomo, in difesa
dell’unico spazio pistoiese libero dalle logiche di profitto e dalla
speculazione in risposta all’ordinanza di sgombero emessa dal sindaco.
Ore 22: festa di autofinanziamento, musica dal vivo, dj set raggae dance
hall…
Lo spazio si trova in viale Pacinotti 9…
Per arrivare:
dalla stazione – esci, tutto dritto, all’incrocio svolta a sinistra, 150 mt
e ci sei…
dall’autostrada:
esci a Pistoia, uscito dal casello prendi lo svincolo di sinistra ed
imbocca la superstrada; esci al primo svincolo (Pistoia sud, motorizzazione
civile) e allo stop gira a sinistra…tutto dritto…passata la ferrovia,
allo stop a destra e ti troverai alla stazione…a questo punto segui le
indicazioni di sopra…e ci sei.
 
Ieri nel tardo pomeriggio il coraggioso sindaco Renzo Berti ha firmato l’ordinanza di sgombero dello spazio occupato Breda sud.
La carta igienica è stata attaccata alla chetichella all’esterno dello stabile nel pomeriggio, nonostante la porta fosse ben aperta e all’interno numerose individualità stessero provvedendo alla pulitura di alcune stanze; l’ordinanza, confusa e ridicola, motiva lo sgombero adducendo motivazioni legate all’igiene e…all’intonaco! Noi siamo li, vediamo che succede. A breve nuove notizie.

Stasera dalle 21 allo spazio liberato
breda sud di Pistoia si terra un’assemblea straordinaria per discutere
dei provvedimenti che l’amministrazione comunale dovrebbe prendere in
giornata…

a seguire performance teatrale dell’associazione Associazione Culturale K.lab

Ecco la presentazione dello spettacolo…

NDDDI // Niente di diverso da indossare
uno spettacolo di Purple Haze

con Fabio cerri, Lucia Mazzoncini, Massimiliano Meoni, Luca Privitera

testi Marco Carlesi

costumi O’re Do

NDDDI è un progetto teatrale che affronta la tematica dell’abitudine
vista come indumento ricorsivo con cui l’individuo si veste per non
porsi mai il problema di qualcosa di diverso. Il vivere, rivivere e
ripetere nuovamente, affinché tutto sia già stato vissuto; nessuna
novità, niente di nuovo, perché niente di diverso e fuori
dall’ordinario possa accadere. La sicurezza, ricercata
nell’eliminazione e nell’assenza dei fattori variabili; lo scegliere
sempre lo stesso per non porsi mai il problema di decidere davvero.

Attorno ad un tavolo, emblematico luogo dell’abitudine, l’ego si siede
con le abitudini di spazio, tempo ed azione, ed attorno a questi
fattori si sviluppa la soluzione scenica: una soluzione scenica fatta
di traiettorie, elettrodomestici, fasci di luce, suoni, parole. Nascono
così gesti e significati che rendono vivo e tangibile il concetto di
abitudine, in un meccanismo perverso ed irreversibile fatto di
sicurezze ripetute e che appare fisicamente sempre più inarrestabile.

Le nostre abitudini, il nostro fare senza mettere in discussione, sia
esso frutto di strutture e contesti sociali, o sia invece strettamente
legato all’esperienza della propria soggettività, conduce alla mera
negazione della libera iniziativa. Si crea così una gabbia, una
prigione di tempi e spazi, un sequenza di movimenti concentrici che
imprigiona, e non salva.

Simbolo delle possibilità di cambiamento che ogni giorno si incontrano
e che mai si colgono, il prendere finalmente coscienza delle proprie
abitudini è il primo passo di un possibile percorso di liberazione; ma
ciò che si rivela non è che il modificarsi di un’abitudine per
aggiungerne altre. Quando qualcosa è cambiato ma comunque tutto è
rimasto uguale, quando si arriva al punto morto, allora l’abitudine
dell’abitudine stessa prende il sopravvento, risucchia, ingloba.

Non è possibile o non certo facile mutare ciò che da molto tempo si è
impresso nel carattere. Le forze in gioco sono quelle dell’inerzia e
della conservazione, della stabilità sociale e degli equilibri di
potere, del mercato e dei bisogni, degli usi e dei costumi, e di
quant’altro caratterizza le azioni, i luoghi, i ritmi e i riti
dell’oggi. Ma ancor quando si muti, l’umana tendenza all’abitudine
ostacola il recupero della piena libertà. Poco dopo l’essersi vestiti
lo stimolo creato dall’abito scompare dal nostro sistema nervoso e ne
diventiamo inconsapevoli. Così si cade di nuovo nell’abitudine, ed il
grande meccanismo prosegue.

In quella che non è soltanto un’indagine estetica, ma la ricerca del
luogo più profondo dove si muovono l’anima e la personalità stessa: una
realtà colma di estasi e tensione, cadenzata daritmi ossessivi, da
calcoli meticolosi, da traiettorie obbligate, da un progressivo ordine
stringente, da un susseguirsi frenetico di plasticità e frasi
sussurrate, come un urlo al vento.

Un mero dipinto delle nostre misere vesti, pilastri del grigio
quotidiano moderno e della struttura sociale dell’oggi. Un teatro di
abitudini che animano, governano e dominano; a meno che non si scelga
diversamente.

per arrivare allo spazio:

dalla stazione: tutto a dritto, in fondo alla strada a sinistra, 150 mt…e ci siete.
dall’autostrada: uscire a Pistoia, prendere lo svincolo sulla destra ed
imboccare la superstada, uscite a pistoia sud-motorizzazione (prima
uscita), allo stop a sinistra e costeggiate lo stabilimento Breda;
passate la ferrovia, all’incrocio a destra e siete alla stazione. di li
fate la rotonda, seguite la strada e all’incrocio a sinistra…150 mt e
ci siete!

Ogni tanto capita…dopo 20 anni di poco o nulla ieri mattina verso le 6 a Pistoia, ridente località non lontano da Firenze, un certo numero di individualità ha occupato uno stabile situato in viale Pacinotti.
La struttura è la palazzina “F” delle ex officine San Giorgio, conosciute in città col nome di ex Breda; naturalmente come Anarchici abbiamo partecipato all’evento.
La liberazione di questo spazio risponde alla necessità di varie forze agenti sul territorio e che avevano bisogno di un luogo per svolgere le proprie iniziative che fosse svincolato dalle logiche di mercato e libero da “cappelli” politici, un luogo libero dove svolgere liberamente le proprie attività, un luogo dove sperimentare e rendere tangibile l’autogestione di tempi, spazi, emozioni; ma lo spazio libero Breda est, questo il nome provvisorio(?), vuole anche essere una denuncia palese della vergogna che a Pistoia, come del resto accade in gran parte dell’italico stivale, porta l’amministrazione comunale a svendere allo speculatore di turno –nel caso specifico il costruttore/mafioso Giusti- stabili e spazi pubblici per trasformarli in appartamenti e condomini poi rivenduti o affittati a cifre inarrivabili dai più…questo nonostante l’emergenza abitativa che anche nella città di Giano comincia a farsi sentire.
A fronte di tutto ciò abbiamo liberato un edificio di più di 2000 mq chiuso da 19 anni e da 19 anni lasciato a marcire…nei prossimi giorni maggiori novità…
autorganizzare il presente per autogestire il futuro!!!
Girando per Pistoia (parlo della città di Giano ma so che la situazione che qui stiamo vivendo è la medesima di moltissime città dell’italico stivale) è impossibile non notare come, da qualche anno a questa parte, lo spazio urbano stia subendo una profonda trasformazione della quale si possono ravvisare precedenti della medesima portata solo nei tempi lontanissimi della fioritura economica della città in epoca medievale o nel periodo della ricostruzione post seconda guerra mondiale.
Ci sono però da notare alcune differenze fondamentali tra questi due momenti, pur diversi fra loro, e la fase storica che ci stiamo trovando a vivere; i due momenti che precedono quello attuale furono caratterizzati dalla necessità di espansione fisica della città a causa di due momenti diversi di inurbazione (a scopo difensivo nel medioevo, a scopo economico quello postconflitto) accomunati entrambi da un’assenza di progettualità sociale  atta a vincolare e caratterizzare la vita degli inurbati; ad accomunare questi due momenti storici, pur molto differenti fra loro, è la progettazione urbanistica legata solo alla possibilità di fruizione degli spazi per quanto riguarda la loro abitabilità.

Un progetto di desocializzazione
Se è vero che nel dopoguerra la necessità di manodopera industriale ha creato un’inurbazione “forzata”, che ha costretto molti ad abbandonare le campagne per tentare la via più sicura (almeno per quanto riguarda la cadenza fissa dello stipendio) del lavoro in fabbrica, è altresì reale il fatto che la città sia stata utilizzata soltanto come contenitore di corpi.
A distanza di sessanta anni è cominciata (in realtà sono ormai molti anni che il fenomeno si manifesta) la seconda fase della rivoluzione urbanistico/capitalista, caratterizzata –tra le tante cose- dall’utilizzo, da parte del potere, degli spazi abitativi e di socialità come strumenti di controllo/costruzione sociali.
Se osserviamo infatti i nuovi complessi abitativi che stanno sorgendo in città, noteremo subito come nella maggior parte di essi non siano previsti spazi di condivisione e socialità; non esistono infatti giardini comuni, o i “veroni”(1) dei condomini che i nostri nonni e bisnonni hanno abitato.
Lo spazio comune si riduce a corridoio di passaggio, portone, in qualche caso ballatoio…tutti spazi in cui il sostare, e quindi il produrre socialità risulta pressoché impossibile.
Se quindi gli spazi interni ed immediatamente esterni degli alveari per uomini che stiamo osservando tradiscono la volontà dei progettisti e dei costruttori di creare solo spazi di separazione e non spazi sociali, anche le facciate stesse precedono quello che troveremo all’interno: infatti laddove sono previste terrazze (più o meno grandi), le stesse sono separate le une dalle altre da pannellature o mura, eliminando dunque le vecchie terrazze formate solo dal basamento e dal parapetto, in cui i vicini potevano scambiarsi impressioni ed idee. In certi altri casi poi, gli appartamenti terrazzati sono costruiti in maniera alternata, in quel ritmo pieno-vuoto che impedisce il contatto diretto tra gli individui. Tutto ciò viene motivato con la richiesta di privacy sempre più pressante delle persone, in realtà tutto ciò è funzionale alla riproposizione delle dinamiche di “atomizzazione” sociale che abbiamo già cominciato a notare.
La decostruzione di spazi sociali e la conseguente rarefazione dei contatti fra gli individui creano così l’humus necessario al potere per poter insinuare i propri tentacoli bene addentro le relazioni sociali che, ridotte a testimonianza, e non a reale interazione/confronto/condivisione, risultano essere particolarmente deboli e manipolabili; quando la “realtà” e fruita solo tramite la mediazione degli apparati di potere –siano essi intesi come istituzioni, mass media o quant’altro- e non sono previsti altri veicoli di conoscenza/giudizio che quelli imposti da terzi, allora la creazione del “diverso” (immigrato, antagonista sociale, disoccupato…) come “nemico” pericoloso sia per l’incolumità individuale che per quella sociale, diventa esercizio alquanto semplice e funzionale sia all’autopoiesi del potere stesso che al controllo delle istanze sociali capaci di innescare potenziali criticità.
Con l’eliminazione dello spazio condiviso e con l’atomizzazione delle persone si creano così i presupposti per una gestione eterodiretta dell’esistente, in cui ciò che ha risalto ed importanza comune, viene studiato a tavolino da chi detiene le redini del potere, che può così ignorare, emarginare, depotenziare, distorcere, strumentalizzare, criminalizzare tutte quelle realtà portatrici di un’idea di società diversa da quella esistente.
Dividendo di fatto gli individui si limita così anche la loro capacità progettuale, la loro capacità non tanto di poter concepire un divenire diverso, ma di poterlo ritenere una strada realmente percorribile; in altre parole si percepisce l’inadeguatezza dell’esistente, incapace –perché strutturato da altri per tutt’altro- di rispondere efficacemente alle necessità della collettività, ma non si crede possibile la fattibilità del cambiamento, vivendo come ineluttabile lo stato delle cose e impedendo di fatto il raggiungimento di una qualsiasi criticità che permetta la rottura dei questo presente il libertario in favore di un futuro liberante e liberato.
Probabilmente non in tutti i casi in cui l’architettura sia funzionale agli scopi che fin ora abbiamo analizzato la realizzazione di fatto del progetto di controllo va di pari passo con la reale conoscenza/coscienza di queste dinamiche da parte del progettista, questo perché colui che sarà demandato a progettare “l’abitabilità” degli spazi ha vissuto per anni, ed è stato formato all’interno del cosmos universitario strutturato in maniera tale da creare non solo “professionisti” delle varie branche dello scibile umano, ma anche ingranaggi strutturabili nelle dinamiche di gerarchizzazione e separazione dei saperi, riproducendo quella piramide dei rapporti interindividuali funzionali alla perpetrazione del potere tout court.
L’influenza dello spazio circostante sulla formazione degli individui non è niente di nuovo, ma credo sia necessario rimarcarne la criticità, e focalizzare parte della nostra attenzione in maniera decisa su questa tematica. E’ necessario creare spazi e unità “liberati” ed includenti in uno spazio che si fa sempre più escludente.
Se le possibilità delle persone di rapportarsi vengono rese più difficili, di fatto negandole, si rendono questi ultimi più vulnerabili e dipendenti in misura sempre maggiore, man mano che il tempo passa, dalle forme del potere organizzato, rendendo molto difficile la formazione di sacche di contropotere sufficientemente forti per mettere in difficoltà e far emergere le contraddizioni di chi mantiene salde le mani sulle leve del comando, poiché una forma di esistente alternativo al dominio, per essere veramente “altro”, necessita di un grado di partecipazione e di complicità elevati.

Costruire/ricostruire spazi liberati
In quest’orizzonte è necessario cominciare a ricostruire spazi di socialità, untilizzando forme nuove ed impreviste,  che in certi casi rompano lo schema classico –tanto per fare un esempio- del solo centro sociale che, pur essendo un’ottima forma di ambito di condivisione, alcune volte rischia -a causa delle attenzioni delle forze repressive, degli oneri di gestione ecc…- di diventare sì uno spazio aperto, ma verso l’interno, con scarsa propositività verso l’esterno e quindi scarsa presa sul tessuto sociale cittadino, lasciando ampio margine ai creatori di consenso per criminalizzare quel tipo di esperienza.
Intendiamoci, non sto dicendo di ritenere superata o peggio, dannosa l’esperienza dei centri sociali, tutt’altro,  quello che voglio dire è che alla luce dei fatti e necessario affiancare all’opera di aggregazione e socializzazione (di esperienze, di saperi) effettuata all’interno dello spazio fisico dei centri, dei momenti che portino le esperienze al di fuori dei circuiti cui sono legate convenzionalmente, che si tratti di TAZ (occupazioni temporanee), in tutte le forme nelle quali si possano concepire, o riappropriazioni di spazi cittadini aperti, che ricontestualizzino e restituiscano ai luoghi la loro primitiva funzione di aggregazione/scambio, l’importante è cercare un collegamento diretto col tessuto cittadino; un esempio: c’è un progetto che a Pistoia portiamo avanti da qualche anno (da primavera in poi) ovvero l’organizzazione, il Sabato pomeriggio, di merende sociali autogestite nella piazzetta del mercato della frutta, dove oltre al momento conviviale si affianca quello informativo/propagandistico (toccando temi come nocività ambientali e sociali, arte…) sviluppato cercando di utilizzare codici di trasmissione dei contenuti che non si limitino solo a quelli classici del volantino o dello slogan; si tratti di teatro di strada, giocoleria o quant’altro poco importa, l’importante è riuscire a trovare il modo di comunicare i concetti a noi cari, tenendo ben presente che la società in cui ci troviamo a vivere impone veicoli comunicativi e modalità di comunicazione molto differenti da quelli con cui si sono confrontati i compagni venuti prima di noi; parafrasando Malatesta non si può ignorare la realtà, ma se questa è cattiva bisogna combatterla, con gli stessi mezzi che essa ci offre; così facendo si affrontano direttamente le calunnie del potere che tende sempre a criminalizzare e mistificare tutti gli ambiti che non rientrino nel suo orizzonte preconfezionato, dimostrando che i messaggi di cui siamo portatori propongono tutt’altro rispetto allo stato delle cose attuale, e soprattutto  così facendo si dimostra che i proponenti…hanno  due braccia e due gambe…proprio come il vicino di casa…
 
(1) Grandi verande comuni situate al vertice dei condomini utilizzate per l’asciugatura della biancheria.

Evjenji Vasil’ev Bazarov