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Pubblico questo iteressante scritto tratto da Finimondo, con una riserva basata sull’analisi che viene fatta dell’afflato nichilista e delle prospettive che ne discendono; il concetto di nichilismo attivo e nichilismo passivo è interessante ma non risolve la questione, forse così com’è posta anzi semplifica troppo, ma mi rendo conto che non era certo questo il tema dello scritto. In compenso quelle poche righe, secondarie rispetto alla sostanza del pezzo, mi hanno fatto venire voglia di approfondire il concetto di nichilismo nell’individuo egoista, scritto sul quale rimugino da tempo ma che per ora non ha ancora preso forma, chissà che non sia lo stimolo giusto per mettersi a scrivere. Fatta questa premessa ecco il contributo:
Da Finimondo:
Se nel corso degli ultimi anni è riuscita a farsi sentire la tentazione del nichilismo (attivo o passivo, non fa qui differenza), è perché la politica ha colonizzato ogni anfratto dell’esistenza umana e vi ha inscenato talmente tante volte il suo insulso teatrino da provocare una irrefrenabile ondata di disgusto. All’incanto del vivere, letteralmente, non crede più nessuno (men che meno ora, con la mera sopravvivenza in pericolo). Si subiscono le sue molteplici rappresentazioni, questo sì, esausti ed mansuefatti. Immobilizzati, spesso, dalla convinzione che non esista altra possibilità. Motivo per cui, in questa titanica società che sta affondando, sembra non sia rimasto altro da fare che ballare. Ovviamente c’è ballo e ballo, canzonetta e canzonetta. Ai piani alti si prevedono riprese economiche e consensi politici che fermeranno la «crisi», in basso si preannunciano lotte radicali e conflitti sociali che mineranno il dominio. Per stare sereni, basta crederci.

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discordiaLa discordia é una forma profonda di disaccordo, un dissenso violento che divide le persone e le aizza le une contro le altre. Noi vogliamo puntare a che essa le opponga piuttosto a questo vecchio mondo e ai suoi difensori, come si può già vedere, qua e là, attraverso numerosi atti di rivolta e d’insubordinazione. Non si tratta affatto, per noi, di gettare dell’acqua sulle braci di queste rivolte, ma al contrario di gettare, come la dea Discordia, il pomo della discordia nel bel mezzo di questa società in cui i rapporti mercificati e repressivi sembravo aver avuto la meglio sul mutuo appoggio, la solidarietà e la ricerca di una vita che ci piacerebbe vivere. Anche contro questa rassegnazione diffusa e la ricerca del consenso ad ogni costo – anche al prezzo dell’apatia.

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A seguito del triste siparietto che si consumerà oggi in Empoli sulla memoria dell’Anarchico Oreste Ristori, sputtanato a fianco di sindaci, sindacalisti e altre amene figure, pubblico volentieri questo desto del nostro, apparso in rete sul sito di Finimondo:

Data la babilonia infernale che impera intorno alle varie tendenze del socialismo di Stato ed al partito in cui esse s’incarnano, non sarà affatto inutile, credo, ch’io spenda un po’ di tempo in proposito, affinché il pubblico — che bene grosso — cessi di essere turlupinato e possa formarsi un esatto concetto di ciò che armeggia e vuole la social-democrazia.

Premetto, anzitutto, che non farò la critica agli uomini di questo partito; non prenderò di mira nessuna personalità; non sorprenderò l’individuo nelle sue attitudini enigmatiche, nella sua anfibiosità. L’uomo — come uomo — può errare, tergiversare, cambiar maschera e colore, secondo le circostanze, le necessità, e proclamare alternativamente buona e cattiva, giusta ed ingiusta una medesima cosa. Togliere a pretesto l’attitudine di un individuo per giudicare un intero partito, può essere un buon mezzo di turpe polemica o un buon espediente poliziesco; giammai onestà di discussione. Per questo, non seguirò il pettegolezzo linguacciuto che si fa intorno alle individualità. Buone o cattive che queste siano, passan qui inosservate.
È la collettività che deve esser discussa; sono i suoi desiderii, le sue speranze, le sue lotte, i suoi trionfi, le sue delusioni, che debbono essere evidenziati e ch’io farò passare per il caleidoscopio di una critica giusta e spassionata.

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Pubblico questo testo dei compagni di Des Ruines perché condiviso quasi in tutto e soprattutto perché pone in essere specifici temi di dibattito riguardo alcune questioni inerenti alla pratica anarchica. In questi periodi in cui l’anarchismo si dibatte fra cittadinismi e politicantismi testi come questo sono molto importanti:
Da qualche anno in qua, vediamo riapparire il termine «prigioniero politico». Un termine che credevamo scomparso da molti decenni, almeno all’interno delle sfere antiautoritarie.
Un termine diventato tipico di diverse sette marxiste o maoiste, di Amnesty International oppure degli oppositori politici borghesi a regimi autoritari come la Russia, la Birmania o l’Iran; oppure, ancora, nel quadro delle lotte dette di “liberazione” nazionale, dai Paesi Baschi al Kurdistan, passando per la Palestina; ma tipico anche dell’estrema destra.

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E’ uscito il numero 4 di Avalanche (QUI il link per scaricare numeri vecchi e nuovi), una pubblicazione di critica anarchica internazionale. In questo numero tra i tanti articoli trova spazio anche una riflessione mia e di V sulla lotta in Val di Susa e sulle criticità ad essa legate, troppo spesso e sistematicamente eluse da alcuni Anarchici che di quell’esperienza rivendicano appartenenza e, sostanzialmente i metodi. Avalanche esce in Inglese, francese e castigliano. Nei prossimi giorni pubblicheremo il nostro contributo in italiano.

Di seguito l’indice degli articoli:

4 – (Uruguay) A necessary introduction to an even more necessary work
7 – (Mexico) The libertarian apology towards juridical language
10 – (Mexico) The conflict in Mexico and a critique of the anarchist milieu
13 – (Chile) About the danger of transforming anarchy into a series of “alternative” practices without offensive content against power
15 – (USA) We welcome the fire, we welcome the rain
19 – (Switzerland) Against the “city of the rich”
26 – (Spain) Pandora’s box and the hotchpotch of Spanish anti-terrorism
29 – (Italy) The legend of the valley that does not exist
34 – (Grece) Statement of anarchist comrade Andreas- Dimitris Bourzoukos, in the trial for the Velvento, Kozani double bank robbery case
39 – (Grece) Regarding the new law

da finomondo:

Un cadavere si aggira per il mondo. Il cadavere dell’ideologia. Laddove la teoria è l’insieme organico delle idee possedute da un individuo, per ideologia si può intendere l’insieme di idee che possiedono un individuo. E le idee che costituiscono una ideologia sono come le macchine; ogni anno ne viene immesso sul mercato un nuovo modello che sostituisce quello precedente, sebbene siano assolutamente identici nella loro funzione alienante.

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Riceviamo e diffondiamo due comunicati di Giulia, compagna anarchica prigioniera dal 13 giugno nel carcere di Rebibbia per l’operazione Ardire.

Per scriverle:

Giulia Marziale
CC Rebibbia Femminile
Via Bartolo Longo 92
00156 Roma


Da una galera

Attenzione! Attenzione!
Questo, a distanza di 100 giorni dal mio arresto, è un piccolo contributo che voglio dare per mettere in guardia voi tutte e tutti.
1) Se per caso avete lampadari in casa, funzionanti con lampadine, fate attenzione, potreste pentirvene. Ma se proprio non potete farne a meno di averne qualcuno, non tenete in casa altre lampadine, oltre quelle già inserite negli appositi lampadari. Quando si fulmineranno, vagherete nel buio e solo allora potrete averne di nuove. Assicurandovi però di buttare quelle rotte, perché anche esse, come fatto notare dagli acutissimi Ros e Pm, sono un ottimo mezzo per costruire bombe.
2) Se ritenete opportuno abbellire la vostra presenza fisica con orecchini, badate bene a non acquistarli, qualora siano di rame. E se per caso un amico o amica ve ne voglia regalare un paio, separatevene senza indugi, perché sono armi pericolosissime.
3) Se non avete la maniacale abitudine di dare un posto ad ogni cosa, ma siete disordinati e tendete ad avere una improvvisata scatola degli attrezzi, dove tenete fra l’altro chiodi e pinzette per fermare i fogli, che dirvi? Evidentemente siete pericolosi terroristi, pronti a preparare bombe in ogni minuto.
4) Se vi capita di avere in casa mollette per i panni, non di plastica, bensì di legno, inceneritele, bruciatele, spargete le loro ceneri ai quattro venti. Non avete idea di cosa si nasconda dietro di loro.

A voler essere seria, tutta questa trafila di piccoli, ma non poco importanti avvertimenti, servono perché la notte in cui mi hanno arrestata hanno trovato nella casa dove vivo con il mio compagno (e dove non mi trovavo) lampadine di riserva, orecchini di rame, chiodi, ferma fogli e una molletta di legno. Il tutto è stato messo insieme, fotografato e sistemato da loro stessi in modo tale da farlo sembrare un assemblaggio di oggetti per preparare ordigni esplosivi. Così, infatti, il materiale sequestrato è stato presentato dai Ros e dalla Pm durante l’udienza del riesame.
Non parliamo ovviamente del fatto che, non avendo trovato alcun materiale cartaceo che descrivesse come si preparino tali bombe, sia stato da loro detto, evidentemente grandi conoscitori della mia persona, che non ce ne era bisogno, “perché era tutto nella mia mente, nella mia salda memoria!” Ogni commento è superfluo, vero?

Vorrei aggiungere un ultimo punto della lista, seppur a prima vista possa sembrare poco inerente ai precedenti:
5) Se questo mondo vi fa schifo; se ripudiate guerra, sfruttamento e devastazione; se non avete mai avuto il timore di dirlo; se non avete mai abbassato la testa pensando “non ci posso fare niente”; se ci avete sempre messo la faccia; se avete chiara la coscienza di chi sono i responsabili delle vite terribili che conduciamo; se siete convinte che la società in cui viviamo sia lobotomizzata; se non riuscite a guardare una gabbia con indifferenza; se il cuore vi si chiude, il sangue vi pulsa, la vista si annebbia al pensiero di una donna, di un uomo o di un animale rinchiuso, beh, prima o poi, come dice una donna rinchiusa qui con me “ti devi fare la galera”.
E se questo mio essere, questa Giulia che sto scoprendo forte, dignitosa, ancora più ferma e convinta delle sue idee e sprezzante dell’annichilimento in cui chi mi ha rinchiusa vorrebbe gettarmi; se questo mio essere loro lo vogliono etichettare come pericoloso, che costruisce bombe, che partecipa ad associazioni sovversive (magari affiliate alla fai-informale, nonostante qualunque cosa io abbia mai fatto, detto o pensato, non possa in alcun modo far pensare ad una mia benché minima adesione o partecipazione) volte a terrorizzare e seminare il panico fra la gente, beh, io non glielo permetto e rimando tutto al  mittente.
Terrorista è chi rinchiude, chi manganella, chi devasta. E allora, parafrasando una canzone, che tremino i potenti di fronte agli animi fieri di tutte queste “terroriste”, che non hanno paura di lottare contro tutto ciò che realmente genera e rinvigorisce il terrore, la discriminazione, la diseguaglianza, la devastazione, lo sfruttamento.
Che tremino, che abbiano paura! La loro vera paura è che sanno che qualsiasi gabbia mi metteranno intorno, che sia cella, che sia lavoro, che sia diffamazione, che sia isolamento, niente mi toglierà la voglia di romperla e di continuare a guardare il mondo  con gli occhi lucidi, aspri, vitali e liberi.
Che si arrovellino pure il cervello per trovare maglie migliori per le mie catene, io sarò più forte. Perché ho in me una coscienza, una consapevolezza di quello che sono, che non intaccheranno mai.
Che si specializzino nell’arte sopraffina (vera arte dei nostri tempi) del reinventare un significato per le parole, laddove guerra diventa missione di pace; laddove le bombe sono intelligenti e non pericolose e gli orecchini di rame e le lampadine pericolosi esplosivi; laddove il terrorismo non è quello di chi rinchiude, uccide, reprime ma quello di chi critica tutto ciò; laddove la devastazione si chiama civilizzazione, progresso o ricchezza; laddove il non accettare lo status quo dell’ingiustizia è sinonimo di pericolosità sociale; laddove gli immigrati carcerati si chiamano ospiti.

Le mie parole non hanno il peso della storia dei nostri tempi, della rabbia, dell’insolenza, della voglia di abbattere tutta la crudeltà, la ferocia della gabbia che rinchiude la vita di tutti noi, fuori e dentro le galere, schiavi di una vita che non vogliamo, di un mondo che cade a pezzi e che chiama i suoi residui progresso.

Dalla parte di chi lotta, di chi non si inchina.

Le bombe e il terrore li semina lo Stato, il Potere e la nostra santa Democrazia

Per la libertà di tutte e tutti.

Una donna libera.
Giulia.


Is There Anybody Out There?

C’è da credere che tutto il trambusto creato dalla sfortunata sorte delle Pussy Riot, nonché l’ondata di indignazione e solidarietà scaturita da tutte le menti democratiche di giornalisti, cantanti, uomini e donne di governo sia nata dall’attenuante dell’uso, nel momento dell’ “atto criminoso”, di simpatici passamontagna colorati.
Personalmente ne sono quasi certa. Anche perché, diciamocelo, i colori destano più l’attenzione, ci allietano la vita, ci rendono più comprensivi e aperti verso gli altri.
Altrimenti proprio non si capirebbe come mai i giornalisti, i primi a catapultarsi in “arditi” articoli atti a sbattere i nemici della collettività (terroristi incappucciati accusati di attaccare striscioni, di offendere la repubblica e le sue istituzioni con pericolosissime azioni sovversive che distribuiscono colla e vernice sui muri della città) sulle prime pagine dei loro giornali, abbiano sposato la causa delle Pussy Riot.
Sicuramente dipende dal colore del passamontagna!
Eh già, perché nella democrazia, da loro tanto ostentata e dalle alture dalle quali mandano le loro invettive contro il cattivissimo Putin e il medievale Patriarca della Chiesa di Mosca, una simile situazione non si sarebbe mai verificata.
O meglio, si verificherebbe se i passamontagna o le felpe con cappuccio fossero neri. Se in chiesa invece del nome di Putin venisse urlato (e non per inneggiare) quello di qualche noto mercificatore o incatenature delle nostre vite, un ministro, un capo della polizia, qualche politico, qualche potente del clero di Roma.

Non so quanti giornalisti indignati di questi ultimi tempi siano andati a leggere il codice penale della nostra santa democrazia. Credo davvero pochi.
D’altra parte si sa, il lavoro è tanto, la difesa dei diritti democratici (degli altri Paesi) non conosce sosta, è una dura corsa e non si può sprecare il tempo.
Ma io, che di tempo ne ho, essendo chiusa in una patria galera per un tempo che non mi è dato sapere (detenuta in attesa di giudizio), ho pensato di aiutare lor signori nel loro nobile lavoro.
Art 405 cp, Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa: “Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa… è punito con la reclusione fino a 2 anni”. Aggiungerei il reato di travisamento (legge n°152 del 22/5/75): “è vietato l’uso di caschi o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo… in manifestazioni… tranne in quelle sportive. Il contravventore è punito con l’arresto da 1 a 2 anni e con una ammenda da 1000 a 2000 euro.” E, perché no, il vilipendio a chicchessia (religione, presidente repubblica, repubblica e alle sue istituzioni)… Che fatica.
Insomma, se le Pussy Riot avessero fatto la stessa cosa in Italia, avrebbero avuto un trattamento forse ben peggiore.
Ora, di certo, non mi interessano lezioni di diritto comparato, anche perché le mie conoscenze di questo infausto mondo, che peraltro non mi appartiene, sono molto ristrette.
Vorrei solo “esplorare il mondo di San Patrizio delle vostre democrazie” per rimestare nel torbido. Se le mie parole avessero la forza della mia rabbia, sarei sicuramente più efficace, più incalzante nell’esporre le miei argomentazioni.
Mi chiedo se i difensori della libertà di questi giorni scrivano i loro articoli con ingenua consapevolezza o con il classico sporco servilismo ipocrita che li contraddistingue. Quello che gli permette di dedicare pagine e pagine di ringraziamenti a chi ha salvato il Paese da pericolosi attentatori, senza curarsi di capire i reali disegni celati dietro la carcerazione di tante persone, riportando le veline dei loro padroni condite di qualche aggettivo un po’ letterario (così da rendere l’articolo più accettabile agli occhi di un lettore la maggior parte delle volte decerebrato, ma esigente) e costruendo un mondo fittizio.
Un servilismo che garantisce la loro integrità morale agli occhi dell’opinione pubblica, che li vede battersi contro le ingiustizie assassine di Assad, contro l’arresto delle Pussy Riot, per Assange, così da non dover rendere conto del loro sporco e reale lavoro condotto in Patria, l’unico per cui la stampa ha il permesso di esistere, ossia giustificare, servire il Potere, lo Stato e i suoi scagnozzi.
Così i ribelli siriani sono tali, quelli della Val di Susa sono terroristi e violenti; le Pussy Riot sono dissidenti, represse dal sistema dittatoriale russo, mentre chi in Italia viene accusato di fare scritte o di attaccare striscioni contro la guerra, il governo o i responsabili di disastri ambientali è un pericolassimo eversore dell’ordine democratico da rinchiudere in galera (prima ancora del processo, ovvio).
Ah scusate, dimenticavo! Probabilmente nella democraticissima Italia, le Pussy Riot, oltre ai già citati articoli del c.p., si sarebbero viste appioppare sicuramente il tanto amato 270 bis, articolo sulla cresta dell’onda. Anche perché in una chiesa, cantare contro il governo, in tre, cosa è se non una associazione sovversiva con finalità eversive, con “l’aggravante della richiesta dell’aiuto alla madonna” (e qui, se capitassero nelle mani di qualche prete/Pm, avrebbero sul groppone anche “stregoneria ed eresia”)?
Certa che le mie parole cadano nel vuoto delle vostre teste schiave, cari giornalisti, vi auguro sia di poter continuare il vostro fondamentale e necessario lavoro, sia di non guardarvi mai allo specchio. Casomai doveste scorgere una divisa al posto dei vostri vestiti, una catena al posto dei vostri cervelli, un manganello al posto della vostra penna.
Comunque, a scanso di equivoci, solidarietà alle Pussy Riot, non in nome della democrazia e dei suoi diritti, ma in nome della libertà, contro le galere e i loro carcerieri, contro tutti i benpensanti che puntano il dito dall’altra parte del loro recinto, senza guardare il fango che arriva alle loro gambe.
Detto ciò, mi auguro che le Pussy Riot non siano risucchiate da una rogatoria internazionale che le coinvolga in un’associazione sovversiva intergalattica.

Un saluto, da Giulia,
una sovversiva senza passamontagna colorato, detenuta nel carcere di Rebibbia.

Buon fine estate!