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bersaglioOllallà! Pare proprio che ogni tanto qualche freccetta colpisca proprio il sugherino centrale del bersaglio, quello che vale un sacco di punti per intendersi, e se la freccetta in questione si chiama “critica radicale” vuol dire che per una volta le parole hanno avuto un peso, e che diamine! Non capita spesso! Festeggerò brindando alla salute di coloro che mi hanno omaggiato di un bel regalo, anche se fuori stagione -il mio compleanno è a luglio- vergando sulla via che mi riporta a casa la notevole frase: “Tornatene a Pistoi(A) parassita da tastiera”. Personalmente avrei aggiunto un bel punto esclamativo, ma tant’è non sindachiamo gli stili letterari altrui.

Insomma ogni epoca ha i suoi spettri che si aggirano qua e là e se qualche annetto fa era quella cosa chiamata comunismo (già roba da preti) oggi -i tempi hanno i fantasmi che si meritano- questa presenza invero un po eterea ma bella urticante quando capita di incontrarla, si chiama “critica”. Mi rendo conto dello strumento demodé come mi rendo conto che le poche volte che questo viene utilizzato in certi ambiti lo si è fa agitandolo come un piumino o -in alcuni casi- come uno stiletto, ebbene purtroppo ho il vizio di utilizzare sempre l’ascia da spacco, che ci posso fare, ad ognuno lo strumento che gli è più affine…

Ma non ci perdiamo e torniamo all’oggetto in essere: “Tornatene a Pistoi(A) parassita da tastiera”; ovviamente qualcuno ha trovato urticante l’articolo scritto per Avalanche (che per chi non lo sapesse è un bollettino anarchico internazionale multilingue) e poi pubblicato in italiano sul blog “anarchicipistoiesi”. L’articolo in quesione, che analizza criticamente dal punto di vista dei due estensori la questione valsusina e la presenza di alcuni anarchici all’interno di questa esperienza evidentemente ha colpito nel segno e proprio come l’ortica ha punto chi l’ha afferrata con foga nella maniera sbagliata. Eppure l’ortica è un cibo ottimo, va solo saputa raccogliere e trattare, per poi poterla gustare nella miglior maniera, come la critica insomma che o la si recepisce come andrebbe recepita o travolge e urtica. Fortunatamente molti affini hanno saputo gustare questa infestante senza pungersi…Insomma se la critica ha colpito, tanto da spingere qualcuno a muoversi in una notte umidiccia, anche se non so quando sia stata vergata la felice dimostrazione del bersaglio centrato, la mattina non c’era, all’ora tarda nella quale son rientrato era li sul muro a far bella mostra di sé, spero ci rimanga molto! E’ la prova provata che le parole si depositano come sale sulle piaghe aperte della (in)coerenza…ma, è già perché un “ma” c’è, alcune cosette in più sul contenuto palese e latente della scritta va detto. Partiamo da ciò che si vede: “parassita da tastiera” frasetta che nei contenuti risulta essere piuttosto scontata…il classico “sei solo in rete” o “non ti si vede mai” dovrebbe ormai aver perso di senso, anche perché o certuni si son messi a fare il lavoro dell’investigatore andandosi -da bravi spioni- ad informare su chi fa cosa e quando, o dovrebbero riflettere un minimo sul fatto che le richieste di “curriculum” militante generalmente lo fanno le…questure…ergo se lor signori vogliono sapere qualcosa di me vadano dai loro colleghi in potenza, la questura di riferimento si trova a Pistoia, via Macallé, ma forse facendo richiesta all’ufficio competente di Torino detto “curriculum” potrebbe arrivarvi comodamente a casa.

Passiamo ai contenuti latenti…a fronte di una critica piuttosto circostanziata -nei limiti dei mezzi degli ostensori, s’intende- si tenta di eludere la questione andando a cercarsi il capro espiatorio perfetto, e cosa di meglio di un bell’anarchico individualista con il vizio di dire e scrivere ciò che pensa? Ma la questioni poste nell’articolo hanno vita propria, al di là che le abbia scritte un “angelo” delle barricate (vi piace la figura pretucci?), uno scribacchino da tastiera, un eccitato mentale…sì perché le questioni di sostanza sono tali sia che a indagarle e metterle in luce sia la linda mano del giovane militante, o quella un po più sporca -ma potrebbe essere altrimenti, frugando nel putridume?- del “rompicoglioni” di turno…No cari, non sarò il dito dietro il quale vi nasconderete, piuttosto -e da oggi ancor di più- sarò l’indice che stuzzicherà la carne viva delle contraddizioni e della critica. Dove abito lo sapete, e conto di starci finché non avrò voglia di camminare altre montagne. Che volete fare, oltre a dimostrare con le vostre azioni che quando vi si accusa di “pensiero unico” ed omologato si centra proprio il citato sugherino? Io rimango insuscettibile di ravvedimento…e difficile pure da intimidire, a voi cari!

Sempre ritto a prua! Marco, Anarchico Individualista.

spione1I castelli di carta ogni tanto vengono giù, certe volte per un soffio di vento, altre perché si inciampa nel tavolo…dando un’occhiata alle vicende di questi ultimi periodi riguardanti la confidenza poliziesca a mezzo internet, mi pare proprio che i virgulti e le virgulte di notav.infam questa gomitata l’abbiano data proprio forte, e che le carte cadendo abbiano scoperto un bel panorama sulla reale faccia -ma ce n’era bisogno!?- di lor signiori/e: quello di arroganti autoritari che non disdegnano nemmeno la delazione pur di attaccare chi ha osato mettere in discussione il dogma e la dottrina notavica. (altro…)

InquisizioneRivoltosi, noi come altri, ci troviamo da sempre e sempre più spesso a dover fare i conti con la repressione, sia che ci tocchi direttamente o che colpisca un altro combattente. Proprio mentre scrivo tanti riottosi sono chiusi in celle o ai domiciliari, privati del piacere di poter annusare l’aria dopo un acquazzone o di godere del primo sole dopo la tempesta, sequestrati dallo stato. Isolati si, ma non soli, perché chi si rivolta non lo è mai, ma non è della solidarietà che mi accingo a parlare, bensì di una pessima abitudine che rilevo spesso nei comunicati dei gruppi di solidali. Non di tutti, ovvio, raramente quando gli scritti escono da penna anarchica, ma può capitare.
Tutti si scagliano contro l’arroganza del potere, e questo senza distinzione di colore, tutti urlano a gran voce di quanto la giustizia sia ingiusta e parziale, asservita, schiava di logiche di potere e quant’altro. Quando però alcuni si trovano a scrivere dei propri nemici, non si fanno troppi problemi, anzi erigono a prova granitica della bontà delle proprie affermazioni i procedimenti o le sentenze comminate dagli stessi tribunali che quando li toccano più o meno direttamente vengono vituperati. Epilessia ideologica? Utilitarismo? Cecità? Chissà. Resta il fatto che il fenomeno si verifica spesso, basti per esempio guardare alla Val di Susa, dove i tribunali sono cattivi quando colpiscono i resistenti, ma le cui operazioni vengono citate come rafforzativo delle proprie convinzioni quando colpiscono ad esempio il Virano di turno.
Ovvio che per coloro i quali i tribunali, purché di popolo sono stati e sarebbero il pane quotidiano dare un colpo al cerchio ed uno alla botte è normale e logico, come lo è per i riformatori del sistema, che ammettono in sostanza l’esistenza dell’istituzione così com’è. Chi ammette stato, gerarchia e asservimento non può che condannare l’operato del singolo funzionario, ma non l’apparato in sé. Per chi però ha un orizzonte che parl di liberazione individuale ed a partire da questa di liberazione collettiva beh, le cose stanno diversamente. Se è ovvio che un devastatore ambientale è da combattere, come lo è l’autorità, come lo sono i fascisti, ecc…, è altrettanto vero che almeno noi non abbiamo bisogno di sentenze o simili per attaccare ed utilizzarle contro i nostri avversari per sottolineare la bontà delle nostre azioni è decisamente pericoloso. Spesso lo si fa senza pensarci, trasportati dall’abitudine, ma così facendo in una certa misura non si fa che riconoscere e legittimare l’autorità giudicante, e questo è francamente inconcepibile. Fortunatamente, e lo ripeto, non sono quasi mai penne anarchiste a soffrire di questa epilessia qualitativa, ma certe volte è accaduto soprattutto per mano di coloro i quali credono che un linguaggio più moderato, “popolare”, riconoscibile dalle masse, sia utile alla “causa”. Ma per chi non si sente né prete né messia questi sono discorsi che hanno poco senso. Chi si rivolta per un moto individuale dell’anima e riconosce suoi simili e compagni nella battaglia coloro i quali fanno altrettanto non possono che rifuggire tutto ciò. Velleitari? Forse e quindi? Poco importano i giudizi, non ci riguardano perché non ci interessano.

M.

 

Nell’anno del doSenzanomeminio 2014, mentre diventa sempre più palese quale sia la vera faccia dell’istituzione, ovvero quella del gendarme a guardia degl’interessi economici di multinazionali e dei grandi devastatori; in quel 2014 germinato sull’humus degli arresti, dei pestaggi e delle incriminazioni dei ribelli all’oppressione e alle devastazioni; in quel 2014 che sancisce ancor più la ridicolezza di partiti e politicanti, in questo 2014 che sarà anno di guerra interna…proprio in questo anno che quasi ovunque ha segnato la strada in Pistoia, abulica cittadina come invero ce ne sono tante (troppe), abitata da tanti (troppi) schiavi incoscienti della propria condizione, che difendono con forza le proprie catene in cambio della possibilità che gli vengano solo allentate un minimo, e da tanti (troppi) rassegnati della lotta, il ridicolo prende forma nella creazione di un’associazione nata dalle ceneri dello Spazio liberato ex Breda est, ricettacolo che servirà per andare alla contrattazione per l’assegnazione di uno spazio che verrà gentilmente elargito dal rampante sindaco Bertinelli, anfitrione del locale PD, quel partito che a livello globale avalla la TAV e qualsiasi altra opera di distruzione, che invoca sempre più spesso i manganelli dei birri e la mano ferma dei giudici contro chi occupa case (Torino, Firenze…), chi lotta contro le devastazioni ambientali (Valsusa, Pisa, Livorno, ecc…), chi si batte per il proprio diritto di ESSERE. Che tristezza…Nella città che ha visto nascere i Silvano Fedi, i Manzini, i Mascii, i Gozzoli, ci troviamo ora a dover assistere a questo spettacolo che si pone al di fuori di ogni ambito di decenza militante; al grido (sottovoce) di “a Pistoia non si può fare altrimenti” si cede al compromesso con l’autorità, la si legittima riconoscendola, si entra a farne parte…poco più di un circolo arci…molto di diverso rispetto alle tante esperienze slegate dagli ambiti di dominio che stanno nascendo come funghi in tutta Italia e che la repressione, con l’avallo, il plauso e i gemiti estatici del partito amico PD, colpisce con sempre più violenza.

Ogni scelta ha un peso, questa anche. Hanno deciso di percorrere la comoda strada del dissenso pacificato, dell’acquiescente accettazione della lunga mano dell’autorità che tutto controlla, non solo spazi fisici, ma anche quelli mentali. Ogni ambito dell’esistente.

Certo così è più facile, inoltre ci si pulisce la coscienza, meglio un’azione castrata che l’inazione…ebbene no! Meglio un dignitoso osservare che un agire legittimante l’apparato di oppressione. Meglio la pavidità che la complicità.

Non possiamo che manifestare, pur lontani e dispersi per mezz’Italia ed Europa, tutto lo schifo che questa situazione ci provoca. Per conto nostro continueremo a lottare fuori dall’autorità, fuori dallo stato, fuori dalle carte bollate, con ogni mezzo necessario e accada quel che accada per noi stessi e per quelli che con noi vogliono creare qualcosa di diverso, libero, imprevisto, nuovo, fresco. Contro lo stantio olezzo dell’autorità e di chi gli si prostra ai piedi, per l’Anarchia!

Anarchici Pistoiesi

Il teatrino del ridicolo di Pistoia, conosciuto anche come tribunale, su sentenza di uno dei pagliacci da scranno, l’infame giudice Costantini, ha assolto i due compagni processati per villipendio alle forze armate, nello specifico per aver offeso la memoria dei carabinieri schiattati a Nassiriya, per mancanza di elementi d’indagine, o qualcosa del genere. Non ce ne frega nulla, la loro giustizia non ci riguarda, ci fa solo sorridere. Nello specifico ci preme sottolineare la felicità ogni volta che un servo del potere ci lascia le penne, sia milite, birro, giudice o quant’altro.

Dopo molti mesi di morte apparente risorge dalle sue ceneri “L’incendiario” – Opuscolo pistoiese d’Anarchismo e cultura. A brevissimo fuori il numero 14, sia in digitale che in cartaceo…e siamo al settimo anno…

Anno del signore 2013, la liturgia del capitale, officiata dalle gerarchie della sua chiesa si palesa ogni giorno di più, esonda dalle cattedrali della finanza, dalle quali colpiva e colpisce con violenza ma in maniera subdola, relegando la tragedia dello sfruttamento generalizzato  a mero dramma personale/familiare, interpretato sul palcoscenico della contingenza attraverso monologhi rivolti a nessuno spettatore poiché ognuno e reso attore ed unico uditore del proprio dramma.
Anno del signore 2013, nel momento in cui anche nel paese della rassegnazione e del voto al martiriologio si cominciano a notare -anche se ancora in embrione- i primi colpi d’ala della rabbia che monta i detentori del moderno scettro del comando, un tablet collegato costantemente con le agenzie di rating -la sublimazione ed il perfezionamento dell’anelito del mistico al rapporto diretto con il divino-, hanno dato mandato ai loro sgherri di “pacificare” ogni minimo sommovimento a suon di manganelli e gas CS. Prima che la rabbia, nutrita dalla disperazione divampi, prima che il processo d’autopoiesi del homo_consumens_graficaneracapitale sia messo in discussione, si rende necessario scatenare la folgore della violenza “legale” contro ogni forma anche minima di rivendicazione, ed allora ecco le cariche selvagge contro studenti, operai, dipendenti di sanguisughe multinazionali, sfrattati, disoccupati, ribelli, ecc…Il dio mercato esercita il suo imperio perché sa di poterlo fare, e può farlo per l’annale abitudine del “cittadino” (termine che avendo perso la patina dorata donatagli dall’illuminismo e dalle filosofie positiviste, oggi non è altro che un sinonimo di schiavo remissivo ed acquiescente) a chinare il capo ed accettare come ineluttabile ogni nuovo colpo infertogli dalla “vita” (chiedetevi, quanta responsabilità ha la religione della rinuncia, del “porgere l’altra guancia”, del “perdona il tuo nemico”, de “gli ultimi saranno i primi”, in tutto questo).
Anno del signore(?) 2013, si impone una scelta fra due possibilità. la prima è quella di continuare la marcia verso una gabbia sempre più angusta ed inospitale, verso uno sfruttamento ed una schiavitù sempre più oppressivi ed organizzati scientificamente, roba da far impallidire l’organizzazione da media impresa dei lager nazisti, oppure abbandonarsi al dolce tepore della rabbia che genera rivolta, che dona soltanto la certezza dell’imprevisto dal quale può nascere una nuova alba, a patto che ci sia la risoluzione necessaria a trasformare l’anno del “signore” nel primo istante di un nuovo big bang. Focolai si stanno accendendo in tutto il mondo, mai come oggi le prospettive per un incendio su vasta scala hanno rischiarato l’orizzonte della possibilità di abbattere il sistema di sfruttamento vigente, ma come si palesa sempre più il “vecchio” non si lascerà mettere da parte senza lottare, ben conscio che la sua possibilità di sopravvivenza consiste nello sfruttamento sempre più intensivo dei corpi e delle menti, e quindi metterà in campo ogni mezzo del quale dispone, dall’attacco economico a quello fisico a mezzo degli apparati repressivi che gli stati -succursali territoriali del capitale transnazionale- mettono a sua disposizione.
Se da un lato è auspicabile che in ogni luogo si creino momenti (più o meno effimeri o stabili) di autogestione orizzontale che dimostrino fattivamente la possibilità della libera e volontaria cooperazione, è altrettanto innegabile la necessità di rispondere colpo su colpo agli attacchi che ci vengono portati, ed occorre farlo con ogni mezzo, vincendo ogni pregiudizio, sia “etico” che ideologico; in questo senso il rifiuto aprioristico all’uso della violenza diventa null’altro che una sostanziale rinuncia a lottare radicalmente per la propria liberazione. Nessuno cederà mai volontariamente i propri privilegi. Capisco l’orrore, le resistenze, ma non è preferibile combattere per assicurarsi una possibilità futura che avviarsi stancamente verso un orizzonte che ad oggi è fin troppo chiaro?  Ad ognuno la scelta, ma almeno chi decidesse di continuare a vivere per concessione non si lamenti delle proprie disgrazie, non chieda grazie che non gli verranno rese, non si indigni per le botte fuori dalle scuole o i posti di lavoro, poiché sua è stata la scelta. Smettere di aver paura, di aver fiducia nell’istituzione, nella trascendenza dell’autorità e dello sfruttamento, questi i passi irrinunciabili.
mArco.

baratroBruciano i “barboni”, bruciano…e immancabilmente scende in campo la lacrimevole ipocrisia borghese che li dipinge come poveri cristi persi in una marginalità indirettamente presentata come stato di natura. Nessuno, nessuno che, dai vomitevoli schermi tv, si sogni di affrontare anche di sfuggita le cause reali, fuori da ogni mitologia pietista, che creano uno stato di cose che di naturale ha poco o nulla…

Non si risolvono i problemi con il pietismo televisivo, né con la carità dei programmi di recupero, ma è necessario mettere in discussione e attaccare direttamente quelli che sono i gangli vitali delle strutture di dominio e sfruttamento.

Non è la “natura” che crea il margine, ma il potere che per costituzione non è che potere escludente, creatore di margini appunto, di confini, che non delimitano come si potrebbe erroneamente pensare i limiti dell’autorità, bensì il baratro, ogni volta rimodulabile secondo le contingenze del potere, oltre il quale il “cittadino” si trasforma in diseredato, clochard per i politicamente corretti, barbone per i più spicci. Quel baratro che serve da memento mori da scagliare in faccia alle persone ogni qual volta il fermento sociale spinge verso la trasformazione della rivendicazione da mera manifestazione simbolica di dissenso a reale possibilità di rivolta contro lo sfruttamento costituito (autorità, dicono alcuni). Ovvia tutta l’importanza che l’accento mediatico, l’enfatizzazione televisiva hanno nella poiesi della paura come “freno” sociale.

L’ostentazione del margine, in questo senso, diventa necessario strumento della conservazione dello status quo; la ripetizione ossessiva del mantra della povertà, dell’aumento delle percentuali d’impoverimento lungi dal voler porre la questione  nella sostanza, servono altresì come minaccia incombente sul capo dei singoli individui, come una sorta di metodo mafioso di deterrenza alla rivendicazione fattiva delle proprie esistenze in luogo di un’aquiescente rassegnazione del proprio ruolo di strumento della produzione.

La paura di passare dal ruolo di spettatore dello show della marginalità ad attore della propria tragedia (a sua volta spettacolo per altri) è un deterrente (non l’unico, ma di questo ora stiamo trattando) molto efficace nei confronti della possibilità di una reale e decisa presa di possesso della propria esistenza. La “pace sociale” dev’essere tutelata non in funzione del “quieto vivere” dei membri della comunità, ma per garantire una più sistematica e scientifica organizzazione dello sfruttamento.

La povertà, il “barbone”, diventano lo spettro, la possibilità nascosta dietro l’angolo della rivendicazione non simbolica. Il Clochard è l’immagine riflessa nello specchio della possibilità.

Il problema della povertà, della marginalizzazione, non possono e non potranno mai essere risolti da una sovrastruttura autoritaria di dominio perché strumento necessario a motivare la propria esistenza ed il proprio ruolo di argine al “chaos sociale”. Il margine è lo spauracchio, l’arma, il babau, è una paura, una delle tante, utilizzate da un potere permeante, capillare, veicolato in mille maniere diverse e subdolo, molto più subdolo ogni giorno che passa, per mantenere il proprio privilegio e ritardare quanto possibile lo scoppio della rabbia sociale.

Ma com’è facilmente intuibile la “marginalizzazione” non è e non può essere la “soluzione finale” contro le possibilità della rivolta. E’ ovvio che le dinamiche stesse dello sfruttamento  -ed è sotto gli occhi di tutti- porteranno nel medio periodo (o prima, chissà…) ad un’esplosione generalizzata di rabbia che non potrà più essere affrontata se non nei canonici metodi di ogni regime (che si dica democratico, dittatoriale o religioso poco importa), ovvero con il ricorso alla repressione militare su larga scala (e nel piccolo universo dell’anarchismo la conosciamo già bene). La “marginalizzazione” ha però un’importanza, il cui peso è ancora da valutare, nel “prendere tempo” e nel dare così la possibilità agli studiosi del controllo sociale e della repressione di mettere a punto gli strumenti più utili, in un futuro più o meno prossimo, per gestire le rivolte che ineluttabilmente scoppieranno.

E’ quindi necessario, se non si vuol piangere dopo su quel che poteva o doveva essere, affrontare IMMEDIATAMENTE la sfida del margine, senza tentennamenti, ed è necessario farlo rifiutando a priori di utilizzare metodi e strutture mutuate dal sistema stesso che si combatte, pena il rischio -ma è qualcosa più di una semplice eventualità- di riproporre con diverso nome ma nella stessa sostanza ciò che si voleva abbattere. Non si tratta di sostituire potere a potere, autorità ad autorità, siano essi seguiti dal suffisso popolare o cose del genere, ma di rifiutare, di distruggere queste categorie nate in seno all’organizzazione dello sfruttamento per creare qualcosa di diverso, che sia divenire e non struttura nata a priori, non teoria che si fa realtà (con tutto quel che di tragico può conseguirne in termini di “guardie rivoluzionarie”, polizie segrete, ecc…) ma realtà e teoria che si intrecciano e contaminano nella creazione di un (in)pensato che si fa presente.

Rifiuto della gerarchia, impegno individuale, orizzontalità dei rapporti, svuotamento di senso del concetto di autorità, dell’idea di capo e di guida, questi sono elementi utili alla creazione di un orizzonte che sia altro rispetto al quotidiano di asservimento nel quale siamo costretti a vivere; chiunque proponga il contrario, chiunque proponga mitici periodi di transizione che ripropongano pizzi e vecchi merletti è o un ingenuo o ducetto in potenza.

L’incentivo all’azione diretta, all’autogestione e all’autorganizzazione ci devono vedere in prima fila; così come il rifiuto del ruolo di “guida” (un’autorità mascherata). La messa in pratica quotidiana delle idee che quindi si confrontano e compenetrano con le contingenze reali e non con quelle immaginate/codificate nei tomi -sorta di bibbie laiche- da fini immaginatori di mondi. Pratica e idea devono essere facce della stessa medaglia, pena il resuscitare di vecchi spettri in nuove salse. La guerra -perché di questo si tratta- è aperta e tutti la stiamo già combattendo, volenti o nolenti. Si tratta quindi di dare il meglio di noi.

mArco.

Uscite interessati in questo mese di Marzo, pubblicato su Microstoria un ottimo articolo a firma dell’amico Roberto Daghini  su Egisto Gori. Il pezzo si intitola “Egisto Gori, una vita per l’Anarchia – Un libertario pistoiese tra grande guerra, fascismo e Resistenza”. Ovviamente consigliamo di cercarlo e dargli un’occhiata e vogliamo anche ringraziare Roberto per l’instancabile lavoro di ricerca che ovviamente non si esaurisce con questo articolo…a breve nuove interessanti!

Ormai tre anni fa, a fronte della chiusura temporanea dell’inceneritore di Montale per il pesante sforamento delle emissioni inquinanti, varie realtà operanti a più livelli sul territorio -dai comitati al Collettivo liberate gli Orsi (di cui alcuni di noi facevano e fanno parte)- decisero di occupare un terreno incolto da decenni per ripulirlo e costruire un presidio permanente per denunciare con ancora più forza quello che da anni veniva affermato attraverso volantini, presidi e quant’altro, ovvero che l’impianto cancrovalorizzatore montalese inquina, avvelena e uccide la popolazione.
Per sette mesi siamo stati oggetto di intimidazioni e diffamazioni da parte di sbirrami vari e forze politiche (in questo veramente in accordo da destra a sinistra). La ciliegina sulla torta fu una multa di più di tremila euro comminata ad un compagno individuato dalle autorità come responsabile della struttura.
Il presidio non c’è più da anni, ma la lotta contro l’inceneritore, le bugie delle istituzioni e gli interessi delle lobbies dell’incenerimento non si è mai fermata ed in questi mesi il fronte antinceneritorista è riuscito a mettere più volte in difficoltà le amministrazioni locali e provinciali responsabili dell’impianto: dal ritrovamento negli alimenti prodotti nell’ombrello di ricaduta degli inquinanti emessi dal camino dell’inceneritore di metalli pesanti e diossine al ritrovamenti di queste sostanze anche nel latte materno di alcune giovani madri abitanti nei pressi del cancrovalorizzatore l’imbarazzo istituzionale si è fatto sempre più forte, nonostante la criminale copertura di ASL ed ARPAT che hanno sempre smentito (tranne rari casi), sostanzialmente coprendo, i danni provocati dall’impianto…ma certe bugie, soprattutto a fronte delle prove che cominciano ad essere pressoché inconfutabili, cominciano a mostrare le proprie corte gambe: ieri la provincia ha ammesso quello che per anni ha sempre negato e che noi andavamo ripetendo con forza, nell’impianto di montale si sono bruciati e si bruciano tutt’ora rifiuti pericolosi senza una seria indagine sulle emissioni, tradotto in italiano vulgaris, fregandosene di danni arrecati alle popolazioni…dopo tutto conta il profitto…
A fronte di tutto ciò, ovviamente, non si parla certo di chiusura dell’impianto, ma si vaneggerà su “una migliore gestione dell’inceneritore ed una maggiore trasparenza”, ovvero il cancrovalorizzatore non si tocca, ma si tenterà di dare l’impressione di normalizzare la situazione inventandosi nuove procedure e magari sostituendo qualche dirigente degli enti gestori e controllori…
I comitati si aspettano ora un intervento della magistratura, vana speranza…noi sappiamo che non ci sarà o che se ci dovesse essere non porterà a niente, perché come sempre il profitto (l’incenerimento ingrassa tanti) dev’essere lasciato in pace nella sua opera di fagocitamento e distruzione…e allora che fare? E’ necessario rilanciare la mobilitazione dal basso, è necessario che la popolazione faccia sentire la propria voce non solo bofonchiando, ma AGENDO, è necessario rilanciare pratiche di azione diretta sul territorio, ben sapendo che gli sbirrami vari, mastini protettori del potere e del profitto, tenteranno come sempre di affondare i propri aguzzi denti nelle carni di chi non si rassegna a subire…sta a tutti noi romperglieli e vincere questa battaglia, l’inceneritore va chiuso ORA, senza aspettare manne dal celo, sia sotto forma di sentenze giudiziarie o di ordinanze politiche…riprendiamoci il territorio, riprendiamoci le nostre vite! Come dicevamo anni fa: sarà dura, ma per loro!