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GENOVA – Il 24 marzo il tribunale del riesame  di Genova ha  rifiutato per la terza volta, per l’insussistenza del quadro probatorio, 10 misure di custodia cautelare richieste dal pm Manotti nell’ ambito di un procedimentoche riuniva varie inchieste; alcune  archiviate e riaperte, altre ancora in corso tra Liguria, Toscana ed Emilia per 270 bis e 280, contestati in riferimento ad  una serie di attacchi  rivendicati da diversi  gruppi FAI informali (due ordigni esplosivi a alla sede dei Ris di Parma nell’ ottobre 2005, un plico esplosivo inviatoall’ allora sindaco di Bologna Cofferati nel novembre 2005, più degli attacchi con ordigni esplosivi alle caserme dei carabinieri  di Genova Prà e Voltri del marzo 2005) e l’ incendio di un’ auto della Croce Rossa a Genova nel 2009. (altro…)

Pasticcio di ROS in salsa di PM-Pezzo-di-Merda.
Ingredienti per undici persone.
Tempo di preparazione: una decina d’anni.
Servire freddo. Quasi scaduto.

E’ dal lontano 2005 che i Ros dei CC effettuano indagini per mezzo di intercettazioni, pedinamenti e quant’altro la tecnologia investigativa permetta – comprese analisi del dna – su alcuni anarchici genovesi, toscani, emiliani e piemontesi. L’indagine si è concentrata nel voler reperire ad ogni costo gli appartenenti a una cellula genovese della F.A.Informale, cercando di dimostrarne la responsabilità nell’organizzazione e realizzazione di attacchi avvenuti in nord Italia negli ultimi dieci anni, quasi tutti rivendicati da diverse sigle F.A.I. Dal procedimento viene fuori l’esistenza di tre indagini diverse (“Kontro”, “Replay, “Tortuga”) per associazione sovversiva (art.270bis) e attentato con finalità di terrorismo (art.280) in concorso per undici persone. Le prime due indagini sarebbero chiuse, mentre quella chiamata Tortuga sarebbe tuttora in corso e riguarderebbe un più vasto numero di persone e praticamente tutti gli attacchi avvenuti in centro/nord Italia negli ultimi anni rivendicati dalle varie sigle F.A.I. fino ad oggi.
I fatti specifici contestati in questo spezzone di indagine sono:
gli attentati con ordigni esplosivi alle Stazioni Carabinieri di Genova Prà e Genova Voltri in data 1.3.2005;

la fabbricazione e collocazione di due ordigni esplosivi in data 24.10.2005 all’interno del Parco Ducale di Parma, destinati a colpire la sede del R.I.S. dei Carabinieri di Parma;

l’invio di un plico esplosivo in data 3.11.2005 al Sindaco di Bologna Sergio Cofferati;

l’attentato incendiario a Genova in data 26/6/2009 ai danni di un automezzo della C.R.I.

Dieci anni di intercettazioni e pedinamenti richiesti dall’allora titolare dell’indagine pm Canciani, sono riusciti a produrre per ora due rifiuti da parte del gip rispetto alle richieste di custodia cautelare in carcere per gli undici indagati.
Lo scorso 4 febbraio è avvenuto l’ultimo rifiuto e la conseguente chiusura delle indagini, ma il pm Manotti a cui è passata l’inchiesta ha deciso di avere il suo momento di protagonismo ed è quindi ricorso in appello per gli ultimi tre di questi fatti specifici. Il 28 febbraio ci sono state le anomale perquisizioni di fine indagine agli 11 indagati (una eseguita in carcere) e per il 20 di marzo è stata fissata l’udienza del riesame.
Nei 21 faldoni e migliaia di pagine di cartaccia che compongono l’inchiesta gli unici elementi indiziari che emergono sono un susseguirsi di informative, ovviamente di matrice Ros: intercettazioni inconsistenti, incomprensibili o totalmente fuori contesto; pedinamenti inutili; sequestri di materiale che chiunque potrebbe avere in casa; migliaia di euro spesi in attrezzature e consulenze tecniche; prelievi di dna privi di riscontro. In buona sostanza, in più di dieci anni di indagini gli inquirenti non sono mai riusciti a dimostrare nulla.
Nel complesso c’è però il tentativo del pm di presentare queste informative in una mole tale da suscitare in sede di giudizio, la suggestione che qualcosa di vero debba pur esserci e, dall’altro canto, avanzare presso il giudice la necessità di un’interpretazione più elastica del reato di associazione sovversiva, in quanto legato, nella sua opinione, ad un retaggio anacronistico in cui le organizzazioni armate/clandestine erano fortemente strutturate.
In questa avvincente kermesse un ruolo da coprotagonisti l’hanno assunto i giornalisti, in particolare a Genova e Bologna. Un’altra volta ci hanno dimostrato come le inchieste nascano nelle caserme e nelle questure, ma attraverso i giornali e giornalisti abbiamo la corrispettiva eco funzionale all’operato degli inquirenti.
Gli articoli comparsi nei giorni successivi alle perquisizioni hanno assolto svariate funzioni, dare un rilievo spettacolare ad un’inchiesta mediocre creando dei ritratti paradossali e offensivi delle persone citate, lanciare provocazioni nell’ottica di osservare reazioni e mettere sotto pressione gli indagati, esibendo a chiunque informazioni sulla loro vita privata e sulle loro più intime relazioni.
Al di là dei capi d’imputazione e delle persone colpite da questa indagine, la logica di questo tipo di operazioni è quella di fare terra bruciata nei confronti di chi sostiene e diffonde l’idea dell’azione diretta e dell’assalto all’esistente al fine di sovvertirlo, e di chi si scontra con il dominio quotidiano sulle nostre vite.
L’unica via per opporsi a tutto questo passa per il diffondersi di pratiche di solidarietà, nei vari modi in cui esse si declinano.